La popolazione della Giordania protesta contro il Piano di Pace di Trump

Pubblicato il 1 febbraio 2020 alle 16:30 in Giordania Medio Oriente

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Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza ad Amman e in altre città della Giordania, il 31 gennaio, in solidarietà con i palestinesi, per protestare contro il Piano di Pace per il Medio Oriente annunciato dal presidente degli Stati Uniti. 

Nella capitale, i partecipanti alle proteste hanno cantato cori e marciato di fronte all’iconica Moschea Al-Husseini, circondati da numerosi agenti di sicurezza. Tali manifestazioni hanno però riguardato tutto il Paese e sono state organizzate da una coalizione di partiti giordani, tra cui il movimento islamista e una vasta gamma di associazioni studentesche e della società civile. I partecipanti hanno bruciato bandiere israeliane e hanno chiesto al governo di opporsi in modo deciso al piano, chiedendo l’espulsione dell’ambasciatore israeliano in Giordania e l’annullamento del trattato di pace Israele-Giordania del 1994.

I manifestanti hanno anche sollecitato uno sforzo congiunto dei Paesi arabi per proteggere il diritto della Giordania a custodire i luoghi santi all’interno di Gerusalemme, tra cui il sito della moschea di al-Aqsa, il terzo luogo sacro dell’Islam. Centinaia di persone hanno organizzato un sit-in fuori dall’ambasciata statunitense nella capitale dopo le preghiere del venerdì. Altre proteste sono state organizzate nelle città di Irbid, nel Nord del Paese, a Karak, a Sud di Amman e a Salt, a Nord-Ovest della capitale. Lo stesso giorno, il 31 gennaio, il re giordano Abdullah II ha ribadito la “ferma posizione” della Giordania sulla questione palestinese in una conversazione telefonica con il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas. Il sovrano ha affermato che Amman starà accanto al popolo palestinese per creare uno Stato indipendente, basato sui confini pre-1967, con Gerusalemme Est come capitale. Sebbene le statistiche sulla popolazione non siano accurate, almeno la metà dei cittadini giordani è di origine palestinese, con 2,1 milioni di rifugiati palestinesi ancora presenti nel Paese.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha svelato il tanto atteso Piano per la Pace in Medio Oriente, il 28 gennaio, in occasione di un incontro con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca. Tra le proposte, una Gerusalemme unificata sotto Israele e un para-Stato, con sovranità limitata, per i palestinesi. Il presidente dell’Autorità Palestinese, parlando da Ramallah, in Cisgiordania, ha immediatamente definito il progetto “una cospirazione”, che non poteva essere degna di seria considerazione. “Diciamo mille volte: no, no, no”, ha affermato Abbas. Anche la Turchia si è profondamente indignata per tale programma, totalmente unilaterale, poichè la parte palestinese non ha partecipato in alcun modo alla stesura di tale piano. Invece, gli Emirati Arabi Uniti, che hanno inviato il loro ambasciatore ad un briefing alla Casa Bianca proprio sul piano, hanno elogiato il progetto e lo hanno definito “una seria iniziativa che affronta molte questioni sollevate nel corso degli anni”. L’Arabia Saudita, invece, è stata ringraziata dalla Casa Bianca nel documento per la sua collaborazione nel processo di stesura del piano. Riad ha affermato di aver “apprezzato” gli sforzi di Trump e che tale proposta poteva essere un punto di partenza per colloqui diretti tra Israele e palestinesi. 

La Cisgiordania è considerata un territorio sotto occupazione militare israeliana da parte delle Nazioni Unite ed è quindi soggetta alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto ai territori palestinesi dalla comunità internazionale già nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Questo conflitto aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini della Cisgiordania e la maggioranza del territorio in cui vive la popolazione palestinese. Nonostante ciò, Israele rifiuta la definizione dei territori palestinesi come occupati e sostiene che in tali aree non si possa applicare il diritto internazionale di guerra, in riferimento alla Convenzione di Ginevra. Il riconoscimento dell’occupazione precluderebbe ad Israele un’eventuale futura annessione dei territori. Al momento, i territori palestinesi sono regolati dagli Accordi di Oslo del 1993, che sanciscono che la Cisgiordania è divisa in 3 settori amministrativi: a sovranità palestinese (circa il 18%), mista (circa il 22%) e totalmente israeliana (il 61%). 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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