Coronavirus: forze e debolezze del sistema politico cinese

Pubblicato il 1 febbraio 2020 alle 6:32 in Asia Cina

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Se la Cina è in grado di avviare un intervento rapido e imponente contro la diffusione del coronavirus, la sua risposta alla crisi dimostra come i punti deboli di uno Stato possano, in casi estremi, arrivare a comportare gravi conseguenze per la saluta mondiale. Fin dai primi casi di allarme, registrati su una decina di persone in Cina e persino su qualche individuo all’estero, l’approccio delle autorità cinesi è stato quello di minimizzare i segnali e di ignorare la reale portata del problema. Molti collegano questo tipo di atteggiamento a un tentativo di insabbiamento ma, secondo quanto argomentato dal quotidiano The New York Times e da diversi esperti e analisti, la vera ragione dell’impaccio cinese potrebbe derivare da qualcosa di molto più preoccupante, ovvero la debolezza intrinseca del suo sistema politico. In poche parole, la burocrazia rigidamente gerarchica del modello cinese scoraggerebbe i funzionari locali a sollevare cattive notizie dinanzi ai loro superiori, sul cui aiuto dovrebbero invece poter contare. In più, il sistema implica anche che ci sia scarsa comunicazione tra i funzionari, il che contribuisce a rendere ancora più complicato individuare e gestire l’intera portata delle crisi.

“Questo è il motivo per cui non si sente mai davvero parlare di problemi emergenti su scala locale in Cina”, ha dichiarato al New York Times John Yasuda, studioso dell’approccio cinese alle crisi sanitarie nell’Università di Indiana, negli Stati Uniti. “Quando ne sentiamo parlare e quando il problema arriva al governo centrale, è perché è diventato veramente grosso”, ha aggiunto. Il coronavirus, come altre crisi sanitarie precedenti, sta mettendo in luce alcune delle più profonde contraddizioni del sistema cinese che, nonostante tutte le sue prodezze storiche, rimane ancora pieno di lacune. A detta del New York Times, molti di questi difetti, come la lentezza con cui i funzionari hanno reagito allo scoppio del virus o l’incapacità del governo centrale di prevenire rischi per la salute che molti esperti hanno da tempo identificato come potenziali minacce globali, hanno giocato un ruolo importante in tutte le varie fasi di diffusione del contagio.

“Quando guardiamo al coronavirus, assomiglia molto a quello che è successo con la SARS. Segue uno schema molto simile”, ha affermato Yasuda. La SARS, che ha ucciso centinaia di persone nel 2002 e nel 2003, si era inizialmente diffusa senza ci fosse nessun allarme delle autorità cinesi locali, che avevano notevolmente minimizzato il problema. La loro paura non era quella di scatenare il panico, suggerisce il New York Times, ma quella di mettersi nei guai con i capi del partito, che controllavano completamente le loro carriere. Guan Yi, professore di malattie infettive ad Hong Kong, noto per aver aiutato ad identificare la SARS, ha accusato le autorità cinesi, ancora una volta, di essere arrivate in ritardo e di avere ostruito gli sforzi per indagare sull’epidemia. “È un tema ricorrente delle relazioni tra potere centrale e potere locale in Cina. Nessuno vuole essere quello che porta la cattiva notizia”, ha detto una ricercatrice dell’Università di Oxford, Vivienne Shue. Il divario tra i leader centrali di Pechino e i funzionari che gestiscono l’amministrazione locale del Paese è, secondo la Shue, “l’enigma principale del modo in cui il sistema cinese funziona”. La gerarchizzazione del sistema e la netta divisione centro-locale conducono i funzionari “a fare molte cose controproducenti e irrazionali” nei tentativi di manipolarsi e gestirsi a vicenda. Tra queste cose c’è, ad esempio, la sospensione di segnalazioni su potenziali crisi, nella speranza di risolvere i problemi senza appellarsi alle autorità superiori. Allo stesso tempo, il sistema quasi imperiale della Cina lascia i vertici del partito con uno scarso potere diretto su ciò che accade nelle province, dove spesso i proclami politici vengono ignorati o sfidati. Quando invece queste difficoltà vengono a galla, l’atteggiamento dei capi è generalmente quello di punire e licenziare. Le due estremità del sistema sono impegnate in una dinamica costante di push-pull, che le mette occasionalmente in contrasto, in particolare nei momenti di crisi, quando ognuno cerca di incolpare l’altro.

Se da una parte, con il governo del presidente Xi Jinping, la Cina si sta modernizzando cercando di integrare province e città un tempo disparate, gli errori locali continuano comunque a diventare crisi nazionali prima che Pechino se ne accorga e ne sia consapevole, come potrebbe essere successo con l’epidemia del coronavirus. Non è tutto così negativo come sembra però. Il governo centrale ha un’enorme capacità di mobilitarsi nelle crisi, come sta facendo ora, bloccando tutte le città più importanti per rallentare la diffusione della malattia. “Una volta emerso chiaramente il problema, la Cina è in grado di mobilizzare tutte le risorse di cui dispone”, ha affermato Yasuda parlando del sistema politico cinese. “Tuttavia, non è brava a gestire i problemi emergenti. È costruita più per essere reattiva anziché proattiva”, ha aggiunto.

Nella metà degli anni 2000, Pechino aveva richiesto un drastico aumento della produzione di latte. Se gli allevatori non erano in grado di rispettare gli standard di produzione, venivano costretti in molti casi ad arruolarsi. Così diversi produttori, che faticavano a raggiungere le quote richieste, avevano cominciato ad aggiungere acqua al loro latte e a introdurre al composto una sostanza chimica industriale nota come melanina, per ingannare i sensori di qualità. Il latte così contaminato avvelenò migliaia di bambini in quegli anni. Una situazione simile potrebbe essersi verificata con il coronavirus. Ancora una volta, affermano alcuni esperti, la colpa sarebbe da ricercare nel fallimento dei sistemi regolatori imposti dai vertici del sistema cinese gerarchizzato. La diffusa incapacità di ripulire i cosiddetti mercati umidi di Wuhan, pieni di bestiame vivo o morto, addomesticato o selvaggio, risulta per molti essere al momento il principale sospettato. I mercati sono stati a lungo considerati una grave minaccia per la salute pubblica, in particolare come vettore per la trasmissione di malattie dagli animali all’uomo. Tuttavia, abbatterli rischierebbe di scatenare imponenti proteste pubbliche, vista la loro popolarità. A ben guardare, dunque, dice il New York Times, i funzionari locali sembrano aver avuto diverse ragioni per decidere di non sollevare il problema dei mercati umidi e della loro pericolosità davanti ai loro superiori. La questione è un dilemma politico che evidentemente non tutti sono disposti ad affrontare.

Ciononostante, qualunque siano le reali cause della diffusione del virus, le infezioni e le malattie non possiedono confini provinciali o municipali. Spesso, soprattutto per il modo in cui si diffondono, richiedono una politica unificata e globale a livello nazionale che possa efficacemente riuscire non solo a combatterle ma anche a prevenirle.

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Chiara Gentili

di Redazione

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