Mali: 10.000 nuovi soldati saranno reclutati nell’esercito

Pubblicato il 30 gennaio 2020 alle 11:34 in Africa Mali

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Il Mali aumenterà la grandezza del suo esercito di circa il 50%, cercando di dare una spinta alle operazioni di reclutamento per intensificare la lotta contro i gruppi jihadisti della regione. È quanto ha dichiarato, mercoledì 29 gennaio, il primo ministro Boubou Cisse, sottolineando che il piano è quello di reclutare nei prossimi mesi almeno 10.000 nuovi soldati. “Faremo in modo che le forze armate e di sicurezza siano molto più presenti in quantità, e spero anche in qualità, nelle aree dove ancora non lo sono”, ha detto Cisse. Il premier non ha specificato quanto costerà o come il governo intende pagare i costi della manovra dal momento che la spesa militare occupa già una parte significativa del budget nazionale. L’esercito maliano non ha fornito il numero esatto dei suoi soldati, ma, secondo le stime della Banca Mondiale, nel 2017 le forze armate ammontavano a circa 18.000 unità.

Il 26 gennaio, almeno 19 soldati dell’esercito maliano sono morti e altri 5 sono rimasti feriti a seguito di un attacco condotto contro un accampamento militare situato nelle regioni centrali del Paese. L’episodio è giunto a pochi giorni di distanza da un attacco notturno simile, perpetrato sempre in un’area al centro del Paese. Nello specifico, il 23 gennaio, le truppe maliane sono state colpite da “uomini armati non identificati” a Dioungani, un’area situata nella regione di Mopti, vicino al confine con il Burkina Faso. Il bilancio provvisorio includeva 6 morti e “diversi feriti”. Solo alcuni giorni prima, il 21 gennaio, altri 2 soldati sono stati uccisi nella regione di Mopti, a seguito di una bomba posta lungo la strada su cui il convoglio militare stava viaggiando.

Gli obiettivi militari vengono spesso presi di mira dalle offensive dei gruppi jihadisti. Tale serie di attentati si è verificata dopo che, il 20 gennaio, il ministro della Difesa francese, Florence Parly, ha reso noto l’avvio di nuove operazioni militari nella zona di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger, dove Parigi e i suoi alleati hanno deciso di potenziare la lotta contro i gruppi estremisti locali. Precedentemente, il 13 gennaio, il presidente francese Emmanuel Macron ha ospitato i partner africani del G5 Sahel per la cosiddetta conferenza di Pau. In tale occasione, i leader di Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania si sono detti concordi nel rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel e hanno stabilito di creare un’unica struttura di comando militare sotto la quale condurre nuove operazioni antiterrorismo.

Il G5 Sahel è una task force internazionale antiterrorismo creata nel febbraio 2017 con lo scopo di sconfiggere i gruppi armati attivi nell’Africa Nordoccidentale e contrastare lo sviluppo dell’estremismo violento. In seguito all’incontro di Pau, la Francia si è altresì impegnata a inviare nella regione altri 220 soldati. Anche l’Europa, secondo le dichiarazioni di Parly, si sarebbe detta interessata a partecipare alla coalizione.

Le regioni del Mali sono diventate una sorta di rifugio sicuro per i militanti jihadisti che intendono destabilizzare il potere centrale e attaccare le forze straniere presenti sul territorio nel quadro delle operazioni di peacekeeping. Oltre allo Stato Islamico, nel Paese sono attivi diversi gruppi estremisti violenti, di matrice islamista, come il suddetto Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ma anche al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM), Ansar al-Dine (AAD), e il Macina Liberation Front. Questi operano perlopiù nelle zone aride del Mali centrale e settentrionale, utilizzandole come base da cui partire per lanciare attacchi contro soldati e civili attraverso il vicino Burkina Faso, il Niger e oltre.

In tale quadro, il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia, riferisce Reuters, non hanno più controllo in questa regine e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali ed i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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