Algeria, Tunisia e Marocco divisi sul “Piano di pace” israelo-palestinese

Pubblicato il 30 gennaio 2020 alle 17:22 in Africa Medio Oriente

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L’Algeria e la Tunisia hanno entrambe deciso di rigettare il “Piano di pace” svelato dal presidente americano Donald Trump, esprimendo la loro posizione a sostegno del popolo palestinese. Il Marocco, dal canto suo, ha apprezzato l’impegno dell’amministrazione americana, sottolineando che la soluzione “dovrebbe soddisfare i diritti legittimi dei palestinesi”.

Il Ministero degli Affari Esteri di Rabat ha rilasciato una dichiarazione, giovedì 30 gennaio, ribadendo che l’unico modo per risolvere il conflitto si basa su una soluzione a due Stati. “Il Marocco ha già notato elementi di convergenza con i principi e le opzioni che ha sempre difeso in materia. Tra questi, c’è la soluzione a due Stati”, si legge nella nota del Ministero. “È per questa ragione che il Regno del Marocco apprezza gli sforzi costruttivi dell’amministrazione Trump per la pace, con una visione volta a raggiungere una giusta, duratura ed equa soluzione al conflitto”, ha aggiunto. Il governo di Rabat gode di buoni rapporti con l’amministrazione americana ma, in Medio Oriente, ha più volte espresso il suo sostegno alla causa palestinese e al loro diritto legittimo di costituire uno Stato indipendente. Una questione dibattuta è quella di Gerusalemme che nel “Piano di pace” figura come capitale “indivisa” di Israele. Il Marocco ha dichiarato che, nonostante l’appoggio all’iniziativa di Trump, la sua posizione in merito alla città santa resta quella definita nel cosiddetto “Appello di Al-Quds”, firmato il 30 marzo 2019 dal re Mohammed VI e da papa Francesco. In tale documento, viene riconosciuto il carattere sacro e unico di Gerusalemme, dotata di significato spirituale e universalmente considerata simbolo della pace. L’Appello afferma che nella città santa “bisogna consentire la piena libertà di accesso a tutti i credenti delle tre religioni monoteistiche e il loro diritto di pregare”. In ultima analisi, dunque, il governo marocchino continua a considerare il dialogo una condizione imprescindibile per raggiungere una decisione finale sull’accordo.

Nel caso dell’Algeria e della Tunisia, invece, le posizioni sono state molto più nette. I due maggiori partiti politici algerini, ovvero il Raggruppamento nazionale democratico (RND) e il Movimento della Società per la Pace, hanno aspramente criticato il “Piano di pace” americano, affermando che una soluzione che esclude il popolo palestinese e non tiene in considerazione le loro rivendicazioni non è la strada giusta da percorrere. Azzedine Mihoubi, leader dell’RND, ha detto che il piano non è altro che un “copione annunciato più sfacciatamente ma sempre alle spese di un popolo disarmato e di terre usurpate”. Su Twitter, l’uomo ha poi aggiunto che l’accordo fallirà come tutti gli altri. Anche il leader del Movimento della Società per la Pace, affiliato all’organizzazione della Fratellanza Musulmana, Abdel-Razzaq al-Maqri, ha commentato il piano americano definendolo uno “schiaffo da parte di agenti che mantengono il loro potere in carica attraverso la capitolazione e il tradimento”. Attraverso un comunicato ufficiale, il Ministero degli Affari Esteri di Algeri ha ribadito il suo “sostegno forte e indistruttibile alla causa palestinese e al suo diritto imprescindibile e inalienabile di avere uno Stato indipendente e sovrano con Gerusalemme Est come capitale”.

Il Ministero degli Esteri tunisino, da parte sua, si è detto “profondamente scosso in seguito all’annuncio dell’iniziativa dell’amministrazione americana sulla questione palestinese”. Le autorità hanno affermato che la Tunisia ribadisce la necessità di non minare lo status giuridico e storico della città di Al-Quds, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite. In più, hanno sottolineato che Tunisi mantiene il suo permanente sostegno al popolo palestinese, per fare in modo che recuperi i suoi legittimi diritti, e a “tutte le iniziative volte a riprendere il processo di pace sulla base di soluzioni conformi al diritto internazionale e rispettose dell’inalienabile sovranità del popolo palestinese sulla propria terra”.

Il piano di 181 pagine, di cui è disponibile un’anteprima, è stato svelato il 28 gennaio alla Casa Bianca.  Se attuato, il progetto garantirebbe ad Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, e manterrebbe gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza. Sono stati poi previsti 50 miliardi di dollari, in investimenti internazionali, per costruire una nuova entità para-statale palestinese, con una propria capitale, che includerebbe alcune delle porzioni esterne di Gerusalemme Est. Questo para-Stato non avrebbe un esercito permanente e sarebbe tenuto a soddisfare una serie di parametri relativi alla sicurezza, periodicamente controllati da Israele. Tra questi è previsto lo scioglimento dei gruppi militanti, come Hamas, e la rinuncia alla violenza. 

Una delle questioni centrali della proposta di Trump è il fatto che vengono disegnati nuovi confini israeliani, che penetrano in profondità nel territorio della Cisgiordania. Nelle aree che rimangono, si propone di stabilire quello che il premier Netanyahu ha descritto come uno “State-minus”, un’entità priva di un esercito in grado di minacciare Israele e senza, di fatto, una sovranità. La Casa Bianca lo ha definito “uno Stato palestinese smilitarizzato”. L’entità para-statale palestinese sarebbe circondata da un Israele allargato e avrebbe al suo interno una serie di “buchi” dove solo gli israeliani possono accedere: gli insediamenti e le strade per raggiungerli. Il destino di Gaza, invece, appare meno chiaro, con la possibilità che venga inclusa nel para-Stato palestinese ma attraversata da tunnel che la colleghino alla Cisgiordania. Per quanto riguarda la Valle del Giordano, estremamente fertile e già fortemente contesa tra le due parti, il piano americano prevede di fatto il controllo di Israele.

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Chiara Gentili

di Redazione

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