Rep. Centrafricana: scontri tra milizie, almeno 40 morti

Pubblicato il 29 gennaio 2020 alle 17:24 in Africa Repubblica Centrafricana

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Nella Repubblica Centrafricana, gli scontri tra milizie contrapposte hanno provocato circa 40 morti e centinaia di sfollati. È quanto hanno dichiarato le autorità locali, martedì 28 gennaio, specificando che le violenze si sono scatenate nel corso del weekend. Secondo la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite attiva nel Paese (MINUSCA), i conflitti sono esplosi sabato 25 gennaio nella città orientale di Bria. A scontrarsi sarebbero state le diverse fazioni etniche delle milizie ribelli note con il nome di Ex-Seleka. Il prefetto regionale, Evariste Binguinendji, ha riferito che, nonostante le vittime accertate siano 38, il numero dei morti è destinato a salire ad almeno 50. D’altra parte, il presidente della Croce Rossa della Repubblica Centrafricana, Antoine Mbao Bogo, ha fissato a 41 il totale delle vittime degli scontri. Poco dopo lo scoppio delle violenze, gli agenti della MINUSCA sono stati dispiegati a Bria per cercare di riportare la calma e la sicurezza. La presenza di fazioni rivali nella città, ricca di miniere di diamanti, l’ha resa un regolare focolaio di tensioni.

Il 26 dicembre 2019, almeno 30 persone erano state uccise nel distretto meridionale di Bangui durante uno scontro tra i residenti e un gruppo di miliziani armati. Lo scontro a Bangui è iniziato quando alcuni residenti hanno cominciato ad opporsi contro le tasse riscosse dai gruppi armati. Esplosioni e colpi d’arma da fuoco sono stati uditi tra la serata di mercoledì 25 e la mattina di giovedì 26 dicembre.

Le tensioni nel Paese sono iniziate nel 2013, a seguito di un colpo di Stato delle milizie musulmane Seleka. Questi ultimi hanno deposto il presidente François Bozize, che era salito al potere a sua volta con un colpo di Stato, nel 2003. La presa della capitale, Bangui, da parte dei Seleka, effettuata il 24 marzo 2013, ha scatenato la reazione dei guerriglieri cristiani Anti-balaka, nome che in lingua locale significa “quelli che portano gli amuleti contro i kalashnikov”, avviando così un sanguinoso conflitto civile. Dopo la fuga di Bozize, il leader dei Seleka, Michel Djotodia, si è autoproclamato presidente e il proseguire delle violenze ha provocato, verso la fine del 2013, l’intervento militare della Francia, avallato da un mandato delle Nazioni Unite. La forza di peacekeeping dell’ONU, MINUSCA, è stata dispiegata e, a seguito delle elezioni del 2016, Faustin-Archange Touadéra è stato nominato presidente del Paese, dopo aver ricoperto la carica di primo ministro dal 2008 al 2013. Tuttavia, il governo centrale non avrebbe più recuperato il controllo di alcuni territori, che rimangono in mano alle milizie armate. Nel febbraio 2019, il governo ha fatto il suo ottavo e ultimo tentativo di raggiungere una pace duratura, stipulando un accordo con 14 gruppi ribelli che controllano gran parte del territorio nazionale. Tuttavia, da quel momento, la situazione non è ancora migliorata. 

Bozize si trova sotto mandato di cattura internazionale in seguito alle accuse di “crimini contro l’umanità e incitamento al genocidio”. I suoi avvocati e i suoi sostenitori hanno insistentemente lavorato per un suo ritorno in patria. 

A seguito dell’indipendenza dalla Francia, avvenuta nel 1960, la Repubblica Centrafricana ha vissuto lunghi anni di instabilità. Nonostante il Paese sia ricco di diamanti, oro e petrolio, rimane uno dei più poveri del globo, con il 4° PIL pro capite più basso al mondo. La sua economia ha subito una grave crisi nel 2012, durante il quale la crescita è stata pari al -36%, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Secondo il Global Terrorism Index Report del 2018, la Repubblica Centrafricana è il 7° Paese che ha subito maggiormente l’impatto del terrorismo in Africa e il 15° al mondo, con un indice pari a 6,71 su 10. Le fazioni islamiste che si sono formate dallo scioglimento dei Seleka si concentrano nelle regioni centrali del Paese, mentre le milizie anti-balaka controllano alcuni territori nel Nord-Ovest. I combattimenti hanno costretto circa 4.5 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, rendendole bisognose di assistenza umanitaria. La missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2014, conta circa 12.000 unità e fatica a riportare l’ordine e la sicurezza nel Paese, dove il governo ha scarso controllo del proprio territorio.

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Chiara Gentili 

di Redazione

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