Le reazioni del mondo arabo al “Piano di pace”: Palestina e Turchia contro Trump

Pubblicato il 29 gennaio 2020 alle 13:18 in Medio Oriente USA e Canada

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A poche ore dalla rivelazione del famoso “Piano per la Pace in Medio Oriente”, presentato dal presidente americano Donald Trump alla Casa Bianca, il 28 gennaio, arrivano le reazioni del mondo arabo, con i palestinesi che denunciano il contenuto del progetto e promettono di combattere contro la sua implementazione. La proposta americana, immediatamente respinta dai leader palestinesi, è stata definita un’inaccettabile resa a Israele che calpesta le storiche aspirazioni di tutto il popolo palestinese. Attivisti e politici provenienti da ogni parte della Palestina hanno parlato di Trump come di un leader che ha promesso di cedere qualcosa che non possiede a qualcuno che non ha il diritto di possederlo. “È ovvio che il presidente americano sta ripetendo la storia sottoscrivendo una nuova Dichiarazione di Balfour”, ha affermato un famoso attivista palestinese del quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est, Fakhry Abu Diab. Il riferimento è al documento firmato il 2 novembre 1917 dal governo di Londra, in base al quale si sanciva, all’indomani della Prima guerra mondiale, la volontà dell’impero britannico di favorire la creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. La dichiarazione, di fatto, trasformò in realtà l’obiettivo sionista di stabilire uno stato ebraico nel territorio palestinese. Il gesto britannico è generalmente considerato uno dei principali catalizzatori della Nakba, ovvero la “catastrofe”, termine con il quale ci si riferisce all’esodo di massa di almeno 750.000 arabi dalla Palestina.

“Questo accordo garantisce soltanto gli interessi di Israele, violando il diritto internazionale e alcuni dei maggiori capisaldi dello Stato palestinese, cioè Gerusalemme e la Valle del Giordano”, ha detto Abu Diab ad Al Jazeera. “Rifiutiamo completamente il piano e continuiamo a lottare contro di esso”, ha aggiunto, specificando che il popolo palestinese non vuole aiuti finanziari come quelli inclusi da Trump nel cosiddetto “Accordo del Secolo”, ma “la libertà e la costituzione di uno Stato lungo i confini del 1967”. La Guerra dei Sei Giorni, combattuta in quell’anno, aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini della Cisgiordania e la maggioranza del territorio in cui vive la popolazione palestinese. 

Il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, parlando da Ramallah, in Cisgiordania, ha promesso che il piano di pace per il Medio Oriente “non passerà”. “Dopo tutte le assurdità che abbiamo sentito, diciamo mille volte no al cosiddetto “Accordo del Secolo”, ha detto Abbas martedì 28 gennaio, specificando che il popolo palestinese non si arrenderà. Il presidente ha poi indetto un incontro di emergenza della leadership palestinese nella stessa Ramallah, includendo ufficiali di Hamas dalla Cisgiordania e tutti quelli che intendono “combattere contro l’accordo americano”. “Resisteremo al piano con mezzi pacifici e popolari”, ha sottolineato Abbas. In realtà, il presidente dell’Autorità palestinese aveva rifiutato la proposta americana già prima che fosse svelata, criticandone la parzialità a favore di Israele. Durante il suo discorso, Trump è stato affiancato solo da Netanyahu e nessuna personalità della leadership palestinese era presente all’incontro. Questi ultimi, in aggiunta, non hanno partecipato in alcun modo alla stesura del piano. L’Autorità Palestinese ha tagliato i legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e ha trasferito la propria ambasciata nella città. Gli Stati Uniti hanno anche azzerato il supporto all’agenzia delle Nazioni Uniti che supporta i palestinesi, l’UNRWA, tagliando aiuti per centinaia di milioni di dollari. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese a Washington. 

La Lista araba comune, un’alleanza di partiti palestinesi in Israele, ha rilasciato una lunga dichiarazione di condanna del piano di pace americano. “L’accordo del secolo rafforza l’occupazione israeliana e viola i diritti dei palestinesi. Non ha nulla a che fare con la pace ed è ben lungi dall’essere un percorso verso i negoziati”, si legge nella nota.

Nel frattempo, poco dopo l’annuncio, centinaia di palestinesi si sono raccolti nella Striscia di Gaza e nelle strade di Ramallah, per protestare contro l’accordo di Trump, bruciando foto del presidente americano e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “La Palestina non è in vendita”, hanno gridato i manifestanti sventolando le bandiere palestinesi. Hamas, l’organizzazione che controlla la Striscia di Gaza dal 2007, ha detto che prenderà le dovute misure per resistere all’implementazione del piano. “Siamo certi che il nostro popolo non lascerà passare queste cospirazioni. Tutte le opzioni sono aperte. L’occupazione israeliana e l’amministrazione statunitense affronteranno le responsabilità di ciò che hanno fatto”, ha detto uno degli alti ufficiali di Hamas, Khalil al-Hayya, mentre partecipava alle proteste nella Striscia di Gaza. Da parte sua, l’esercito israeliano ha già inviato, nella giornata di martedì, truppe di rinforzo per contrastare le manifestazioni e i possibili scontri.

Nel mondo arabo, una delle voci che si è fatta sentire con più forza e ha immediatamente espresso la sua vicinanza al popolo palestinese è stata quella turca. Ankara ha dichiarato che la proposta di Trump per il Medio Oriente è “nata morta” e ha specificato che il “piano di annessione” è destinato a distruggere le speranze di una possibile soluzione del conflitto israelo-palestinese. “Il popolo palestinese e la sua terra non possono essere acquistati con il denaro”, ha affermato il Ministero degli Esteri turco in una dichiarazione. “Non consentiremo alcun passo che legittimerà l’occupazione e la persecuzione di Israele. Resteremo sempre al fianco dei palestinesi, nostri fratelli, e lavoreremo per una Palestina indipendente sul territorio palestinese”, ha aggiunto il Ministero, ribadendo che Ankara non sosterrà alcun piano che non sia accettato anche dalla Palestina. Una cospicua folla di manifestanti si è riunita davanti al consolato statunitense di Istanbul, poco dopo l’annuncio di Trump, per partecipare a una protesta organizzata dalla ONG turco-islamica Islamic Relief.   

Il piano di 181 pagine, di cui è disponibile un’anteprima, è stato svelato il 28 gennaio alla Casa Bianca.  Se attuato, il progetto garantirebbe ad Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, e manterrebbe gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza. Sono stati poi previsti 50 miliardi di dollari, in investimenti internazionali, per costruire una nuova entità para-statale palestinese, con una propria capitale, Al-Quds, che includerebbe alcune delle porzioni esterne di Gerusalemme Est. Questo para-Stato non avrebbe un esercito permanente e sarebbe tenuto a soddisfare una serie di parametri relativi alla sicurezza, periodicamente controllati da Israele. Tra questi è previsto lo scioglimento dei gruppi militanti, come Hamas, e la rinuncia alla violenza. 

Una delle questioni centrali della proposta di Trump è il fatto che vengono disegnati nuovi confini israeliani, che penetrano in profondità nel territorio della Cisgiordania. Nelle aree che rimangono, si propone di stabilire quello che il premier Netanyahu ha descritto come uno “State-minus”, un’entità priva di un esercito in grado di minacciare Israele e senza, di fatto, una sovranità. La Casa Bianca lo ha definito “uno Stato palestinese smilitarizzato”. L’entità para-statale palestinese sarebbe circondata da un Israele allargato e avrebbe al suo interno una serie di “buchi” dove solo gli israeliani possono accedere: gli insediamenti e le strade per raggiungerli. Il destino di Gaza, invece, appare meno chiaro, con la possibilità che venga inclusa nel para-Stato palestinese ma attraversata da tunnel che la colleghino alla Cisgiordania. Per quanto riguarda la Valle del Giordano, estremamente fertile e già fortemente contesa tra le due parti, il piano americano prevede di fatto il controllo di Israele.

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Chiara Gentili 

di Redazione

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