Iraq valuta un maggiore ruolo della NATO

Pubblicato il 29 gennaio 2020 alle 15:50 in Iraq NATO

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L’Iraq sta valutando un maggiore ruolo della NATO nel Paese, per compensare un’eventuale sostituzione della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tale opzione sarebbe mirata a placare l’indignazione popolare causata dall’attacco del 3 gennaio contro l’aeroporto di Baghdad.

Il Paese mediorientale teme che un rapido ritiro statunitense potrebbe destabilizzare la regione. Di conseguenza, i funzionari iracheni e occidentali hanno iniziato a discutere una serie di cambiamenti nel ruolo della coalizione in Iraq. “Stiamo parlando con i Paesi coinvolti, Francia, Regno Unito, Canada, di una serie di scenari”, ha dichiarato Abdelkarim Khalaf, portavoce del premier di Baghdad, Adel Abdel Mahdi. “È essenziale che nel nostro territorio non siano presenti truppe da combattimento e che il nostro spazio aereo non venga più utilizzato”, ha aggiunto. Due funzionari occidentali hanno affermato che il premier Mahdi ha chiesto loro di “elaborare alcune opzioni” per un nuovo percorso da far intraprendere alla coalizione. Secondo quanto riferisce il quotidiano The New Arab, tra le opzioni sarebbe inclusa una nuova coalizione non guidata dagli Stati Uniti, una modifica al mandato che preveda limiti alle attività autorizzate  o un ruolo ampliato di una missione separata della NATO in Iraq. 

Khalaf ha affermato che un maggiore ruolo della NATO era attualmente in discussione. La Missione NATO Iraq (NMI) è nata nel 2018 per l’addestramento e la consulenza alle forze armate locali. Non prevede operazioni di combattimento ed è “fondata sul partenariato e l’inclusione, nonché sul pieno rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale dell’Iraq” secondo quanto si legge sul sito ufficiale della NMI. Le attività di consulenza sono condotte a Baghdad, presso il Ministero della Difesa iracheno, l’Ufficio del Consigliere per la sicurezza nazionale e le pertinenti istituzioni di sicurezza nazionale. Le attività di addestramento si svolgono nelle scuole militari di Baghdad, Taji e Besmayah. La missione è guidata dal Canada. La coalizione guidata dagli Stati Uniti, invece, fondata nel 2014 per lottare contro l’ISIS mantiene fino a 8.000 truppe in Iraq, la maggior parte delle quali sono statunitensi. 

Uno dei funzionari occidentali ha affermato che “l’opzione NATO” ha ottenuto un’iniziale approvazione da parte del primo ministro, dell’esercito e persino degli elementi anti-statunitensi di Hashd al-Shaabi, una coalizione di milizie paramilitari, prevalentemente sciite, note anche come Forze di Mobilitazione Popolare. “Mi aspetto che finirà con una sorta di compromesso: una presenza minore con un titolo diverso”, ha riferito il funzionario. “Gli americani saranno ancora in grado di combattere l’ISIS e gli iracheni possono affermare di averli cacciati”. Le varie opzioni dovrebbero essere presentate in una riunione tra Iraq e NATO ad Amman e di nuovo il mese prossimo dai ministri della Difesa del blocco.

Il 3 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato un raid contro l’aeroporto della capitale irachena, Baghdad, in cui il generale iraniano Qassem Soleimani è stato ucciso. Trump ha giustificato la propria decisione, dichiarando che il generale era responsabile dell’uccisione di migliaia di statunitensi negli ultimi decenni. L’uomo, inoltre, a detta del presidente USA, stava pianificando nuovi attentati contro obiettivi statunitensi. Per tale motivo, necessitava di essere eliminato e, anzi, avrebbe dovuto “essere fatto fuori molti anni fa”. Teheran ha chiesto immediatamente vendetta. “Ci vendicheremo di tutti coloro che sono coinvolti in questo assassinio”, sono state le parole del comandante della Quds Force e ministro iraniano della Difesa, Amir Hatami. “Tutti i nemici dovrebbero sapere che il jihad della resistenza continuerà con motivazione raddoppiata e una vittoria definitiva attende i combattenti nella guerra santa”, ha invece dichiarato il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei.

Il Parlamento iracheno, sempre il 5 gennaio, ha quindi approvato una risoluzione con cui si chiedeva al governo di espellere le truppe straniere presenti in Iraq, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran. Infine, l’8 gennaio, l’esercito iraniano ha effettuato una serie di attacchi missilistici contro obiettivi militari statunitensi in Iraq. Dopo una giornata di fermento, Trump ha assicurato che nessun cittadino statunitense aveva perso la vita  negli assalti e aveva annunciato che la risposta degli Stati Uniti sarebbe stata l’applicazione di nuove sanzioni economiche ai danni dell’Iran. Il presidente USA aveva poi concluso le sue osservazioni sulla crisi con Teheran con un messaggio al popolo iraniano: “Per il popolo e i leader dell’Iran, vogliamo che abbiate un futuro e un grande futuro, uno che meritate”, aveva affermato Trump. “Uno di prosperità in patria e armonia con le nazioni del mondo. Gli Stati Uniti sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano”, aveva aggiunto il presidente degli Stati Uniti. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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