Emirati Arabi Uniti: pronta a entrare in funzione la prima centrale nucleare della penisola arabica

Pubblicato il 29 gennaio 2020 alle 9:08 in Emirati Arabi Uniti Medio Oriente

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La centrale nucleare di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti, è a un passo dall’entrare in funzione, dopo che una valutazione operativa delle sue capacità ha confermato che il primo dei suoi quattro reattori è pronto per l’avvio. È quanto ha rivelato, martedì 28 gennaio, l’agenzia di stampa emiratina Emirates News Agency (WAM), di proprietà statale. La costruzione della centrale di Barakah è stata spesso rallentata da una serie di ritardi e la sua effettiva realizzazione ha suscitato diverse critiche, soprattutto da parte di esperti e analisti, che hanno lamentato la sicurezza del progetto e la potenziale corsa agli armamenti che rischia di scatenare.

La valutazione operativa del reattore è stata effettuata dall’Associazione mondiale degli Operatori nucleari (WANO), basata ad Atlanta, negli Stati Uniti. Il gestore della centrale nucleare, la Compagnia energetica Nawah, sta concludendo gli ultimi aggiustamenti prima di “iniziare il caricamento in sicurezza delle prime barre di combustibile nell’unità 1 dell’impianto di Barakah, previsto per il primo trimestre del 2020”, secondo quanto reso noto da WAM. Una volta caricate le barre di combustibile nel reattore, Nawah aumenterà i livelli di generazione energetica per un certo numero di mesi prima dell’inizio effettivo delle operazioni commerciali.

Inizialmente aperta nel 2017, Barakah, che in arabo significa “benedizione divina”, è la prima centrale nucleare della penisola arabica. Al momento, solo il primo dei suoi quattro reattori, ciascuno da 1.400 megawatt, è stato completato. I reattori sono stati realizzati dalla Korea Electric Power Corporation (KEPCO) e la loro costruzione ha sollevato serie preoccupazioni in merito al potenziale impatto sull’ambiente in caso di incidente o attacco esterno. Un recente rapporto di Paul Dorfman, presidente dell’associazione no profit Nuclear Consulting Group, intitolato “Le ambizioni nucleari del Golfo: nuovi reattori negli Emirati Arabi Uniti”, ha sottolineato che sussiste potenzialmente una gran quantità di rischi inerenti alla realizzazione del progetto di Barakah. Per fare un esempio, Dorfman ha citato la mancanza di “caratteristiche chiave di sicurezza avanzata” normalmente attese sui nuovi reattori europei ma mancanti di quelli costruiti da KEPCO. Tali caratteristiche includono un cosiddetto “core catcher”, che impedisce al nocciolo del reattore nucleare di rompere l’edificio di contenimento in caso di fusione, nonché altre difese che servono ad evitare un significativo rilascio di radiazioni in caso di incidente o attacco intenzionale alla struttura. Gli Emirati Arabi Uniti, tuttavia, hanno più volte ribadito che il loro programma nucleare è trasparente, sicuro e volto esclusivamente a un uso civile.

A marzo 2019, il Ministero degli Affari esteri del Qatar ha inviato una lettera all’Agenzia internazionale per l’energia atomica affermando che una nube radioattiva causata da una scarica accidentale avrebbe potuto raggiungere la sua capitale, Doha, entro 5-13 ore. Secondo quanto lamentato dalle autorità qatarine, una perdita di radiazioni potrebbe dunque devastare l’approvvigionamento idrico del Golfo, considerando la forte dipendenza della regione dagli impianti di dissalazione.

All’interno del panorama mediorientale, Emirati ed Egitto sono, accanto ad Arabia Saudita e Bahrein, tra i Paesi fautori del blocco contro il Qatar che, a partire dal 5 giugno 2017, ha dato vita alla cosiddetta “crisi del Golfo”. In particolare, è stato imposto su Doha un embargo diplomatico, economico e logistico, accusandola di sostenere e finanziare gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah e di appoggiare l’Iran, il principale rivale di Riad nella regione. Il Qatar ha sempre respinto tali affermazioni.

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Chiara Gentili

di Redazione

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