Cosa prevede il “Piano per la Pace in Medio Oriente” di Trump

Pubblicato il 29 gennaio 2020 alle 9:35 in Israele Palestina USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha svelato il tanto atteso “Piano per la Pace in Medio Oriente”. Tra le proposte, una Gerusalemme unificata sotto Israele e un para-Stato, con sovranità limitata, per i palestinesi.

Il piano di 181 pagine, di cui è disponibile un’anteprima, è stato svelato il 28 gennaio, in occasione di un incontro con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, alla Casa Bianca. Se attuato, il progetto garantirebbe ad Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, e manterrebbe gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza. Come parte della proposta, Israele ha accettato di limitare l’ulteriore espansione di queste colonie per quattro anni, durante i quali i leader palestinesi possono riconsiderare se impegnarsi in ulteriori colloqui o meno. Inoltre, sono previsti 50 miliardi di dollari in investimenti internazionali per costruire una nuova entità para-statale palestinese, con una propria capitale, Al-Quds, che includerebbe alcune delle porzioni esterne di Gerusalemme Est. In realtà, Al-Quds, è il nome con cui tutti gli arabi si riferiscono a Gerusalemme e si traduce come “la Santa”. Questo para-Stato palestinese non avrebbe un esercito permanente e sarebbe tenuto a soddisfare una serie di parametri relativi alla sicurezza, periodicamente controllati da Israele. Tra questi è previsto lo scioglimento dei gruppi militanti, come Hamas, e rinuncia alla violenza. 

Una delle questioni centrali della proposta di Trump è il fatto che questa disegna nuovi confini israeliani che penetrano in profondità in Cisgiordania. Nei territori che rimangono, si propone di stabilire quello che il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha descritto come uno “State-minus”, un’entità priva di un esercito in grado di minacciare Israele e priva, di fatto, di sovranità. La Casa Bianca lo ha definito “uno Stato palestinese smilitarizzato”. L’entità para-statale palestinese sarebbe circondata da un Israele allargato e avrebbe al suo interno una serie di “buchi” dove solo gli israeliani possono accedere: gli insediamenti e le strade per raggiungerli. Il destino di Gaza, invece, appare meno chiaro. L’enclave, che vive in isolamento dal 2007, con possibilità quasi inesistenti di uscita o entrata per i palestinesi e una costante militarizzazione dei confini, sarà parte del para-Stato palestinese e potrà essere collegata alla Cisgiordania tramite un tunnel. Non è chiaro a chi spetterebbe il controllo degli accessi da tale tunnel. Inoltre, il piano prevede che Israele controlli la Valle del Giordano, una zona estremamente fertile e già fortemente contesa tra le due parti. Tuttavia, per comprendere le questioni più pressanti relative a tale piano, è necessario sottolineare l’attuale status dell’area. 

La Cisgiordania è considerata un territorio sotto occupazione militare israeliana da parte delle Nazioni Unite ed è quindi soggetta alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto ai territori palestinesi dalla comunità internazionale già nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Questo conflitto aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini della Cisgiordania e la maggioranza del territorio in cui vive la popolazione palestinese. Nonostante ciò, Israele rifiuta la definizione dei territori palestinesi come occupati e sostiene che in tali aree non si possa applicare il diritto internazionale di guerra, in riferimento alla Convenzione di Ginevra. Il riconoscimento dell’occupazione precluderebbe ad Israele un’eventuale futura annessione dei territori. Al momento, i territori palestinesi sono regolati dagli Accordi di Oslo del 1993, che sanciscono che la Cisgiordania è divisa in 3 settori amministrativi: le aree A, B e C. L’area A è sotto il pieno controllo civile dell’Autorità Palestinese, rappresenta circa il 18% della Cisgiordania e include le principali città palestinesi. L’area B viene amministrata in modo congiunto da Israele e Palestina ed è circa il 22% del territorio palestinese. Infine, l’area C, sotto il pieno controllo israeliano, ammonta al 61% della Cisgiordania. Inoltre, in Israele esiste una legge che permette al governo di espropriare i terreni palestinesi appartenenti a privati, a fronte di un’indennità. Su questi terreni sono stati costruiti quelli che vengono definiti “insediamenti israeliani in Cisgiordania”. Tale pratica è proibita dal diritto internazionale. 

Tornando al “Piano per la Pace”, Trump ha affermato che tale progetto rappresenta la prima volta che Israele ha preso in considerazione tali cambiamenti e ha dichiarato che i territori concessi ai palestinesi rappresentano “più del doppio” di quelli attualmente detenuti. In tale caso, Trump fa riferimento solo all’area A, attualmente sotto il controllo palestinese esclusivo, poichè il suo piano, in pratica, prevede una riduzione sostanziale della Cisgiordania, per quasi un terzo. Il presidente degli USA ha poi assicurato che “nessun palestinese o israeliano verrà sradicato dalla propria casa”. Tuttavia, non è chiaro cosa succederà agli abitanti palestinesi della Valle del Giordano. Dal lato economico, invece, un funzionario della Casa Bianca ha sottolineato gli aspetti positivi del piano da 50 miliardi di dollari, che serviranno a sviluppare il para-Stato palestinese. Questi potrebbero creare un milione di nuovi posti di lavoro in 10 anni, raddoppiando le dimensioni dell’economia palestinese, dimezzando la povertà e riducendo la disoccupazione al di sotto del 10%. I fondi sarebbero forniti da donatori internazionali, principalmente di altri Paesi arabi. “La mia visione presenta un’opportunità vantaggiosa per entrambe le parti, una soluzione realistica a due Stati che risolve i rischi legati alla creazione di uno Stato palestinese per la sicurezza di Israele”, ha affermato il presidente, durante la cerimonia alla Casa Bianca. 

Tuttavia, secondo quanto riferisce il New York Times, la modalità stessa in cui è stato presentato il piano per il Medio Oriente ne dimostra la sua parzialità. Durante il suo discorso, Trump è stato affiancato solo da Netanyahu e nessuna personalità della leadership palestinese era presente all’incontro e questi ultimi non hanno partecipato in alcun modo alla stesura del piano. L’Autorità Palestinese ha tagliato i legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e ha trasferito la propria ambasciata nella città. Gli Stati Uniti hanno anche azzerato il supporto all’agenzia delle Nazioni Uniti che supporta i palestinesi, l’UNRWA, tagliando aiuti per centinaia di milioni di dollari. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese a Washington. A seguito delle rivelazioni sul Piano di Pace per il Medio Oriente, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, parlando da Ramallah, in Cisgiordania, ha immediatamente definito il progetto “una cospirazione”, che non poteva essere degna di seria considerazione. “Diciamo mille volte: no, no, no”, ha affermato Abbas. Netanyahu, da parte sua, ha affermato che Trump aveva escogitato un “percorso realistico per una pace duratura” che “trova il giusto equilibrio laddove altri hanno fallito”. Tuttavia, prima di tornare in Israele, sempre il 28 gennaio, il presidente israeliano ha riferito ai giornalisti che avrebbe chiesto al suo esecutivo di votare, domenica 2 febbraio, per l’annessione unilaterale della Valle del Giordano.

Il New York Times sottolinea che, mentre i precedenti presidenti degli USA avevano cercato di convincere le parti ad accettare un accordo, Trump ha negoziato unilateralmente una soluzione con Israele e ha poi lanciato un avvertimento ai palestinesi. “Dopo 70 anni di scarsi progressi, questa potrebbe essere l’ultima opportunità che avranno mai”, ha dichiarato il presidente statunitense. Il quotidiano statunitense, tuttavia, evidenzia il fatto che un successore democratico alla Casa Bianca potrebbe rivelarsi molto più “amichevole” con la causa palestinese. Trump, da parte sua, ha ribadito che diversi ex presidenti avevano “tentato e amaramente fallito” nel tentativo di raggiungere la pace. “Ma non sono stato eletto per fare piccole cose o rifuggire da grossi problemi”, ha dichiarato Trump. Alcuni analisti hanno affermato che l’obiettivo più ampio di Trump e Netanyahu sia quello di spostare bruscamente il punto di partenza di eventuali negoziati futuri a favore di Israele e di mettere i palestinesi nella posizione di dover rifiutare la proposta.

La stampa palestinese ha totalmente denunciato il piano di Trump, sottolineando la mancanza di tutela per i rifugiati palestinesi, a cui viene negato in maniera tassativa il diritto di tornare nei territori precedenti alle guerre del 1948 e 1967. Secondo il Times of Israel, invece, il progetto si basa su una premessa chiave “ammirevole”: che gli imperativi di sicurezza di Israele non devono essere compromessi nello sforzo di risolvere il conflitto con i palestinesi. In particolare, il quotidiano israeliano sottolinea l’importanza del fatto che il piano escluda il “diritto al ritorno” per i rifugiati palestinesi nell’odierno Israele. Secondo la fonte, tale richiesta rappresenta solo un tentativo di distruggere Israele come stato ebraico a causa dell’enorme afflusso di popolazione musulmana e cristiana che ne conseguirebbe. Tuttavia, anche il Times of Israel critica il progetto di Trump, considerato come un supporto sproporzionato nei confronti di Netanyahu. Secondo quanto riferiscono gli analisti citati dal New York Times, tuttavia, piuttosto che rappresentare un progetto serio per la pace, il piano è un documento politico di un presidente nel mezzo di un processo di impeachment che lavora in tandem con Netanyahu, un primo ministro sotto accusa penale che sta per affrontare la terza tornata elettorale in un anno. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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