La Libia ancora segnata da violazioni e combattimenti, abbattuto un drone emiratino

Pubblicato il 28 gennaio 2020 alle 13:02 in Africa Libia

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L’operazione Vulcano di Rabbia, del governo tripolino, ha affermato, il 28 gennaio, che le proprie forze aeree hanno abbattuto un drone emiratino nell’Est di Misurata. Continuano, nel frattempo, anche gli scontri sul campo.

Secondo quanto riferito, il drone di provenienza emiratina era in procinto di fornire assistenza alle forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar. Dopo aver pubblicato video e foto inerenti l’accaduto, il Consiglio presidenziale di Tripoli, presieduto da Fayez al-Sarraj, ha denunciato quelle che ha definito violazioni della tregua precedentemente stabilita da parte di “milizie aggressive”, le quali dirigono i propri missili anche verso i quartieri residenziali. Non da ultimo, il governo tripolino ha accusato i sostenitori di Haftar di essere responsabili di un mancato rispetto dell’embargo e del cessate il fuoco, definiti con la conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso. Pertanto, di fronte alle continue violazioni, lo stesso generale dell’LNA dovrà riconsiderare la propria posizione in caso di ulteriori incontri a livello internazionale.

Ciò giunge dopo che, il 26 gennaio, in una conferenza stampa tenutasi a Bengasi, il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico, Ahmed al-Mismari, aveva affermato che la soluzione in Libia non era perseguibile attraverso mezzi politici, ma attraverso armi e battaglie, e che la partecipazione dei propri rappresentanti e membri alle conferenze sulla Libia ha il semplice obiettivo di ascoltare la comunità internazionale. Nella realtà dei fatti, è stato specificato, la guerra continua, con il fine di contrastare terroristi, criminali, trafficanti e mercenari siriani reclutati da Ankara. A tal proposito, al-Mismari ha accusato la Turchia di aver posto i militanti e terroristi dell’ISIS di fronte a una scelta, rimanere in prigione o andare a combattere in Libia.

Parallelamente, l’Ufficio media per le informazioni militari di Tripoli ha riferito che, anche nella sera del 27 gennaio, le forze di Haftar e quelle tripoline si sono scontrate nel Sud di Tripoli e ad Est della zona di Abu Qurayn, città situata a 118 km a Sud di Misurata e 138 km a Ovest di Sirte. Il portavoce dell’ufficio media, Abdel-Malik al-Madani al-Madani, ha aggiunto che tali ultimi scontri hanno causato la morte di diversi combattenti di Haftar, di cui sono stati identificati 18 corpi. Parallelamente, al-Madani ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di continuare a sostenere militarmente le forze dell’LNA. Ciò è testimoniato dai 37 voli effettuati tra il 12 ed il 26 gennaio, verificati da unità di monitoraggio ed intelligence, volti a trasferire uomini e munizioni a supporto dell’esercito di Haftar.

In tale quadro, continuano le condanne e gli inviti al cessate il fuoco da diversi attori a livello internazionale. In particolare, il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, riferendosi a quanto riportato dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, ha affermato che negli ultimi dieci giorni, e quindi successivamente alla conferenza di Berlino, sono state registrate diverse violazioni dell’embargo e del cessate il fuoco nella Libia sia orientale sia occidentale. Non da ultimo, molti aerei stranieri sono atterrati nel Paese per fornire combattenti, consiglieri e munizioni alle parti impegnate nel conflitto. Inoltre, la Gran Bretagna ha presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un progetto di risoluzione, con cui si richiede un “cessate il fuoco permanente” in Libia, oltre ad invitare il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a presentare proposte per monitorare il cessate il fuoco, facendo altresì affidamento sulle organizzazioni locali e regionali.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. Tra i partecipanti, anche Haftar e al-Sarraj, i quali, tuttavia non si sono seduti al tavolo delle discussioni ma hanno incontrato separatamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

Da parte sua, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha invitato le parti libiche a partecipare attivamente alle riunioni della Commissione militare congiunta per raggiungere presto un cessate il fuoco. Si tratta di un consiglio 5+5, formato sia da rappresentanti di al-Sarraj sia di Haftar. Un rapporto del Segretario di Stato, Antonio Guterres, ha riferito che 284 civili sono stati uccisi e 140.000 sono stati costretti a fuggire dall’inizio dell’offensiva contro Tripoli, il 4 aprile. Da tale data, secondo i dati dell’Onu, sono stati 1020 gli attacchi condotto contro vari siti dentro e intorno a Tripoli, mentre i raid del governo tripolino sono stati 250.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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