Erdogan in Africa: dall’Algeria al Gambia

Pubblicato il 28 gennaio 2020 alle 17:06 in Gambia Libia Turchia

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Dall’Algeria, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è volato in Gambia, a Banjul, per proseguire il suo tour africano volto a discutere della crisi libica e a cercare sostegno a favore del governo di Tripoli. Il presidente gambiano Adama Barrow ha accolto il suo omologo di Ankara, martedì 28 gennaio, e, al termine dell’incontro, ha specificato che i due hanno concordato di rafforzare le relazioni reciproche. “Gli impegni presi tra i due Paesi dimostrano ampiamente l’alto livello di cooperazione raggiunto tra il Gambia e la Turchia”, ha detto il presidente Barrow ai giornalisti. Nel 2018, i due leader avevano firmato diversi accordi bilaterali in occasione di una visita di Barrow ad Ankara. In particolare, i due Paesi cooperano nell’ambito del commercio, dell’educazione, dell’economia, della salute e della sicurezza. Le relazioni diplomatiche con Ankara erano state stabilite nel 1965, dopo l’indipendenza del Gambia dalla Gran Bretagna. I due Paesi lavorano a stretto contatto anche a livello internazionale, nell’ambito dell’ONU e dell’Organizzazione della Cooperazione islamica (OIC). Il prossimo summit dell’OIC, di cui anche la Turchia è membro, dovrebbe tenersi nel 2022 proprio a Banjul, in Gambia.

Al termine dell’incontro con Erdogan, il presidente Barrow ha dichiarato: “Il mio governo richiede il vostro sostegno per sviluppare le capacità delle nostre forze di sicurezza attraverso l’addestramento di 500 agenti per il mantenimento della pace”.

Il presidente turco è in viaggio nel continente africano per portare avanti i negoziati necessari a garantire il cessate il fuoco e il ritorno al dialogo politico in Libia. La prossima tappa del tour si svolgerà in Senegal. Il 26 gennaio, invece, Erdogan è stato in Algeria, dove ha incontrato il presidente Abdelmadjid Tebboune. La visita è giunta dopo le accuse rivolte dal presidente turco al capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), il generale Khalifa Haftar, ritenuto responsabile di aver violato il cessate il fuoco concordato durante la Conferenza di Berlino, il 19 gennaio. 

Parallelamente, gli scontri a Tripoli non si arrestano e, nella sera del 27 gennaio, le forze di Haftar e quelle tripoline hanno combattuto a Sud della capitale e ad Est della zona di Abu Qurayn, città situata a 118 km a Sud di Misurata e 138 km a Ovest di Sirte. Il portavoce dell’ufficio media per le informazioni militari di Tripoli, Abdel-Malik al-Madani al-Madani, ha aggiunto che tali ultimi scontri hanno causato la morte di diversi combattenti di Haftar, di cui sono stati identificati 18 corpi. In più, al-Madani ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di continuare a sostenere militarmente le forze dell’LNA. Ciò è testimoniato dai 37 voli effettuati tra il 12 ed il 26 gennaio, verificati da unità di monitoraggio ed intelligence, volti a trasferire uomini e munizioni a supporto dell’esercito di Haftar. In tale quadro, continuano le condanne e gli inviti al cessate il fuoco da diversi attori a livello internazionale. In particolare, il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, riferendosi a quanto riportato dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, ha affermato che negli ultimi dieci giorni, e quindi successivamente alla conferenza di Berlino, sono state registrate diverse violazioni dell’embargo e del cessate il fuoco nella Libia sia orientale sia occidentale. Non da ultimo, molti aerei stranieri sono atterrati nel Paese per fornire combattenti, consiglieri e munizioni alle parti impegnate nel conflitto.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Un rapporto del Segretario di Stato dell’ONU, Antonio Guterres, ha riferito che 284 civili sono stati uccisi e 140.000 sono stati costretti a fuggire dall’inizio dell’offensiva di Haftar contro la capitale, Tripoli, il 4 aprile 2019. Da tale data, secondo i dati dell’Onu, sono stati 1020 gli attacchi condotto contro vari siti dentro e intorno a Tripoli, mentre i raid del governo tripolino sono stati 250.

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Chiara Gentili

di Redazione

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