Libia: il quadro delle ultime 24 ore, con la crescente partecipazione dell’Arabia Saudita

Pubblicato il 27 gennaio 2020 alle 12:27 in Africa Libia

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Le forze tripoline hanno reso noto di aver recuperato la zona di Abu Qurayn, a 118 km a Sud-Est di Misurata, dopo gli attacchi condotti dall’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar. Continuano gli scontri sugli assi di combattimento alla periferia di Tripoli.

Abu Qurayn è situata a 118 km a Sud di Misurata e 138 km a Ovest di Sirte. Qui, nella giornata del 26 gennaio, le forze di Haftar hanno condotto un attacco che ha interessato tre fronti, che ha consentito loro di prendere il controllo di alcune aree. Successivamente, l’esercito del governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), ha risposto con un contrattacco, che ha costretto l’LNA a ritirarsi, lasciando veicoli e corpi bruciati.

Secondo quanto riferito da fonti tripoline, tali operazioni hanno causato la morte di 4 membri tripolini ed il ferimento di altri 18, mentre le forze di Haftar hanno perso 12 membri. Inoltre, secondo quanto riferito dal portavoce dell’esercito del GNA, il colonnello Tayar Mohammed Qanunu, le proprie forze hanno distrutto diversi veicoli armati, sequestrato munizioni ed equipaggiamenti di fabbricazione egiziana, oltre ad aver arrestato membri dell’esercito di Haftar, tra cui mercenari.

Parallelamente, nel corso della giornata del 26 gennaio, le forze di Haftar hanno nuovamente attaccato l’aeroporto di Mitiga, dopo la sua riapertura, avvenuta il 24 gennaio. Due dipendenti della struttura sono rimasti feriti, mentre la pista è stata danneggiata. Altri attacchi hanno poi colpito Mashrua’ al-Hadba e Abu Salim, mentre il Sud di Tripoli ha assistito a scontri tra le forze dell’LNA e quelle del GNA.

Di fronte a tale scenario, il governo tripolino ha affermato che la violazione della tregua è stata causata dall’appoggio di attori stranieri, gli stessi che si sono detti a favore della pace nel corso della conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso. Pertanto, tutti i partecipanti al vertice sono stati esortati ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alle ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte delle “milizie aggressive”.

Il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha dichiarato che la loro partecipazione alle conferenze sulla Libia ha il semplice obiettivo di ascoltare la comunità internazionale, ma che, in realtà, la guerra continua. Al-Mismari ha sottolineato, nel corso di una conferenza stampa a Bengasi, che le proprie forze ed affiliati non stanno cercando soluzioni politiche e che la risoluzione del conflitto è da ritrovarsi nella continuazione dei combattimenti.

In tale quadro, fonti egiziane e del Golfo hanno rivelato al quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed che anche l’Arabia Saudita continua a svolgere un ruolo nel panorama libico. In particolare, Riad ha inviato al generale Haftar un nuovo pacchetto di aiuti sia finanziari sia militari, con il fine di rafforzare la propria presenza nel Paese. Inoltre, secondo quanto affermato da tali fonti, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman Al Sa’ud, ha promesso al capo dell’LNA di inviare quanto prima ulteriori aiuti, volti a consolidare il suo potere e a stabilire un nuovo status quo nel Paese.

È stato altresì evidenziato che, sebbene le potenze europee abbiano stabilito una red line da non oltrepassare a Tripoli, sono le forze affiliate ad Haftar, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita in primis, a svolgere un ruolo sul campo, soprattutto a fronte del sostegno di Ankara per il governo tripolino. Non da ultimo, secondo quanto riferito dalle fonti, la recente chiusura dei porti petroliferi sarebbe stata pianificata dai tre Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, uno dei più importanti produttori di petrolio al mondo. L’obiettivo sarebbe stato provocare una crisi a livello globale. Infine, ha sottolineato una fonte del Golfo, la crescente influenza saudita potrebbe altresì essere legata ad una questione “personale” tra Ankara e Riad, inerente l’omicidio del giornalista saudita, Jamal Khashoggi, avvenuto il 2 ottobre 2018, presso il consolato di Istanbul.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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