Tunisia: rimpatriati figli dell’Isis detenuti in Libia

Pubblicato il 26 gennaio 2020 alle 6:27 in Libia Tunisia

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La Tunisia ha annunciato il rimpatrio di una decina di minori, detenuti in Libia, figli di estremisti dell’Isis uccisi nel 2016 a Sirte, vecchia roccaforte dello Stato Islamico. Sei di loro sono tunisini e hanno un’età compresa tra i 3 e i 12 anni, gli altri invece possiedono nazionalità differenti. Tutti insieme sono stati ospitati per 3 anni, nella città di Misurata, dalla Mezzaluna Rossa libica, un’associazione di volontari che offre assistenza alla popolazione. Si tratta di bambini che sono rimasti orfani di terroristi, appartenenti all’organizzazione dello Stato Islamico, da quando, nel 2016, la città di Sirte è stata liberata dall’occupazione jihadista. Ora la Tunisia ha accettato di accogliere circa una decina di loro.

Un anno fa, la polizia forense tunisina aveva estratto campioni di DNA dai bambini per confermare la loro nazionalità prima di rimpatriarli. Le procedure seguite per preparare i minori all’espatrio sono state spesso criticate dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, prima fra tutte Human Rights Watch, che ha accusato i funzionari tunisini di indugiare e di non fare nulla per rendere più semplici e veloci i meccanismi di rimpatrio dei figli dell’Isis. Negli ultimi anni, la Tunisia è stata una delle maggiori incubatrici di foreign fighters, che, dal loro Paese, hanno deciso di spostarsi in altre parti del mondo per aderire alla causa dello Stato Islamico e combattere a fianco dei militanti estremisti. Nel 2015, le Nazioni Unite hanno contato che circa 5.000 tunisini hanno raggiunto la Siria e la Libia per unirsi all’Isis. Le autorità di Tunisi, da parte loro, smentiscono i numeri dell’ONU e ridimensionano la portata dei foreign fighters a circa 3.000 cittadini. La maggior parte di questi combattenti tunisini si è unita allo Stato Islamico in Libia e ha portato avanti le sue offensive soprattutto a Sirte, dove le forze del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (GNA) sono riuscite a entrare solo dopo settimane di intensi combattimenti.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

La presenza in Libia di forze appartenenti allo Stato Islamico è stata ripetutamente confermata nel corso degli ultimi due anni. Già nel dicembre del 2017, il coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove, aveva dichiarato che, nonostante l’ISIS fosse stato sconfitto a livello territoriale in Siria e in Iraq, sarebbe potuto rinascere in Paesi caratterizzati da “governi deboli”, come la Libia.

Il 15 novembre scorso, poi, i militanti dello Stato Islamico in Libia hanno giurato fedeltà al nuovo leader dell’ISIS, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, succeduto ad al-Baghdadi il 31 ottobre scorso. Nel video trasmesso, ogni foto riporta una didascalia che cita: “Siamo a lato delle truppe del califfato del principe dei fedeli, lo sceicco jihadista, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi (che Allah lo protegga)”.

Il Global Terrorism Index 2019, relativo al 2018, ha inserito la Libia al 12esimo posto tra i Paesi che subiscono maggiormente la minaccia terroristica, con un indice pari a 6,76 su 10. Nonostante le capacità militari dello Stato Islamico siano notevolmente diminuite, il gruppo terroristico è ancora in grado di condurre attacchi contro obiettivi occidentali locali e nella regione circostante.

Nell’ambito della lotta contro l’ISIS, un ruolo di rilievo è stato svolto da Washington e dal comando statunitense in Africa (AFRICOM), responsabile di diversi attacchi aerei condotti contro le milizie terroristiche, situate in aree definite principali per la produzione di petrolio del Paese. Tra il 20 ed il 30 settembre scorso, quattro attacchi aerei hanno causato la morte di 43 militanti dello Stato Islamico ma, a detta di un funzionario della difesa statunitense, in Libia vi sono ancora circa 100 combattenti jihadisti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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