Siria: il regime giunge alle porte della principale roccaforte dei ribelli

Pubblicato il 26 gennaio 2020 alle 18:24 in Medio Oriente Siria

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Le forze del regime siriano sono giunte alle porte di Maarat al-Nu’man, città strategica situata nel governatorato di Idlib, nel Nord-Ovest della Siria. Ad annunciarlo, fonti di monitoraggio locali, il 26 gennaio.

Si tratta un luogo chiave, che l’esercito affiliato al presidente siriano, Bashar al-Assad, cerca di conquistare sin dall’inizio dell’ultima offensiva, intrapresa il 19 dicembre scorso. La città si trova al confine dell’ultima roccaforte, nonché enclave maggiore, posta ancora sotto il controllo dei ribelli, Idlib, testimone di violenti scontri e bombardamenti condotti sia dal governo siriano sia da Mosca. Maarat al-Nu’man è una delle maggiori città del governatorato, nonché crocevia di importanza strategica posto tra Aleppo e Damasco, le due città principali della Siria. La strada che le collega, nominata M5, è ambita soprattutto dal regime, il cui fine ultimo è riprendere il controllo dell’intero Paese. Al momento, Assad controlla circa il 70% della Siria.

Secondo quanto riferito dall’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani, il 26 gennaio, nelle 24 ore precedenti, le forze governative sono riuscite ad occupare sette villaggi alla periferia di Maarat al-Nu’man, raggiungendo, pertanto, il confine della tanto ambita città. Secondo fonti filo-Assad, le porte di tale luogo sono oramai aperte e le forze del regime sono “dietro l’angolo”.

Parallelamente all’avanzata verso Maarat al-Nu’man, le forze del regime sono impegnate, secondo quanto riportato il 26 gennaio, in violenti scontri nell’Ovest della città di Aleppo, a cui si aggiungono attacchi aerei russi e siriani. Secondo quanto affermato da una fonte militare, le operazioni dell’esercito a Idlib e nella parte occidentale di Aleppo continueranno, con perduranti attacchi e scontri sul campo che non si fermeranno fino a quando le forme di “terrorismo armato”, di ogni tipo, non verranno completamente sradicate.

Il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed ha poi riportato, il 26 gennaio, della distruzione di un ospedale nella periferia meridionale di Idlib, a causa di un bombardamento condotto nelle prime ore del mattino, a cui ha fatto seguito un contrattacco dei ribelli che ha provocato diverse vittime e danni materiali. Precedentemente, il 25 gennaio, 5 civili sono morti e altri 9 sono rimasti feriti dopo che aerei russi hanno bombardato il Sud di Idlib. Inoltre, fonti militari hanno riferito che, il 25 gennaio, si sono verificati scontri via terra nell’Ovest di Aleppo, tra le forze di opposizione e quelle del regime che, secondo quanto affermato, cercano di avanzare sempre di più nell’area.

Idlib e le aree vicine delle province di Hama, Aleppo e Latakia sono dominate dal gruppo estremista di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), guidato da membri dell’ex ramificazione di al-Qaeda in Siria. Il regime di Bashar al-Assad ha ripetutamente promesso di riaffermare il controllo su tutta la Siria, nonostante numerosi accordi di cessate il fuoco, e di contrastare tali militanti terroristi. Fonti presenti sul luogo hanno riportato che Maarat al-Nu’man è diventata una città fantasma. Nel resto del governatorato di Idlib, metà dei tre milioni di abitanti sono stati costretti a fuggire, a seguito delle ripetute offensive del regime, coadiuvato da Mosca. Secondo le stime delle Nazioni Unite, dal mese di dicembre 2019, 350.000 persone sono state costrette a trasferirsi da Idlib verso regioni più sicure a Nord.

Il 25 gennaio, il Ministero degli Esteri siriano ha inviato un messaggio alle Nazioni Unite, in cui ha sottolineato che le operazioni a Idlib e Aleppo non si fermeranno fino a quando non verranno eliminati tutti “quei terroristi che minano la sicurezza dei civili siriani”. Il riferimento è ai gruppi Hayat Tahrir al-Sham e Jabhat al-Nusra che, secondo quanto affermato, continuano a colpire individui e strutture civili, quali ospedali, scuole e luoghi di culto. Pertanto, l’obiettivo dell’esercito siriano è rispondere all’appello della popolazione siriana di Idlib e Aleppo, vittima di “crimini sistematici”, commessi da gruppi terroristici armati, sostenuti militarmente da Paesi occidentali.

La guerra civile in Siria è scoppiata il 15 marzo 2011 ed è tuttora in corso. I quasi nove anni di guerra hanno causato la morte di più di 370.000 persone e lo sfollamento di milioni di siriani. Nel 2019, le vittime totali hanno raggiunto quota 11.215, tra cui più di 1.000 bambini, secondo i dati dell’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani, il quale, tuttavia, ha classificato il 2019 come l’anno meno “mortale” dall’inizio del conflitto. I ribelli, dissidenti del regime, sono sostenuti dalla Turchia.

Il 9 gennaio, Russia e Turchia avevano raggiunto un accordo per il cessate il fuoco nella regione di Idlib, con l’obiettivo di consentire, in particolare, l’invio di aiuti umanitari. Questo avrebbe dovuto avere inizio alle ore 00:00 del 12 gennaio. Tuttavia, colpi di artiglieria e raid aerei sono ritornati a colpire soprattutto villaggi e città del distretto di Maarat al-Nu’man, tra cui Khan al-Subl, al-Hartamyeh, e Maasaran. Gli attacchi hanno avuto inizio nella notte tra il 14 ed il 15 gennaio, per poi proseguire nel pomeriggio del medesimo giorno e nelle settimane successive.

Tra gli ultimi episodi, il 22 gennaio, gruppi di ribelli armati hanno lanciato molteplici attacchi contro le forze del regime siriano situate a Idlib, causando la morte di 40 soldati dell’esercito siriano e circa 50 militanti tra i ribelli. Inoltre, nella sera del 22 gennaio, 3 civili appartenenti ad un’unica famiglia sono morti a seguito di un attacco condotto contro Jabal al-Zawiya, nel Sud di Idlib, mentre altri 5 siriani sono stati uccisi nell’Est del medesimo governatorato.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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