Libia: NOC preannuncia il collasso della produzione petrolifera

Pubblicato il 26 gennaio 2020 alle 6:58 in Africa Libia

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Il capo della compagnia petrolifera nazionale della Libia, Mustafa Sanalla, ha dichiarato che la produzione di greggio nel Paese nordafricano rischia di subire, entro pochi giorni, uno dei crolli più devastanti degli ultimi 10 anni. In particolare, a detta del numero uno della NOC, si potrebbe raggiungere il livello più basso dalla caduta di Muammar Gheddafi, nel 2011. Tali rivelazioni sono state rilasciate durante un’intervista del Financial Times, nella quale Sanalla ha riferito che ci sono possibilità che si aprano conseguenze gravissime a livello regionale e internazionale, non solo per l’economia.

Il trend imboccato con il blocco del petrolio, di cui sono responsabili le milizie del generale Khalifa Haftar, porterà a un vero e proprio collasso della produzione, secondo le previsioni di Sanalla. Le conseguenze di breve termine riguarderanno soprattutto la produzione giornaliera, che si attesterà sui “72.000 barili al giorno”. “La situazione peggiora di giorno in giorno, i blocchi sono illegali e vanno rimossi”, ha affermato Sanalla sottolineando quanto sia fondamentale garantire la funzionalità dei pozzi. Il 21 gennaio, la National Oil Corporation ha dichiarato lo stato di forza maggiore.

Anche gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno chiesto una ripresa immediata delle esportazioni petrolifere dalla Libia, bloccate dalle milizie di Khalifa Haftar. “La sospensione delle attività della NOC rischia di aggravare l’emergenza umanitaria in Libia e di infliggere ulteriori sofferenze inutili al popolo libico”, ha scritto l’ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli, con un post su Twitter, il 21 gennaio. “Le operazioni della NOC devono riprendere immediatamente”, si legge ancora nella pubblicazione.

L’esercito nazionale libico, guidato da Haftar, ha bloccato le esportazioni di petrolio dai principali porti della Libia il 18 gennaio, un giorno prima di una conferenza internazionale di pace sulla Libia, tenutasi a Berlino il 19 gennaio.  La mossa era pensata per paralizzare la principale fonte di reddito del Paese, in ritorsione contro la decisione della Turchia di inviare le proprie truppe a sostegno di Tripoli. I giacimenti in questione sono quelli di al-Sharara e al-Feel, situati nei pressi della città costiera di Zawiya. Il primo è considerato il più grande del Paese, con una capacità produttiva pari 320.000 barili, mentre El-Feel è secondo e produce 70.000 barili. Tra pochi giorni, quando i serbatoi per lo stoccaggio di petrolio nei porti saranno pieni, la produzione libica totale, secondo le stime di Sanalla, sarà limitata a 72.000 barili al giorno, rispetto agli oltre 1,2 milioni delle scorse settimane.

In tale quadro, secondo quanto riferito altresì dall’agenzia di stampa Reuters, i prezzi del petrolio sono saliti al massimo, il 20 gennaio, rischiando di ridurre i flussi di greggio. Il greggio Brent LCO1 è salito dello 0,5%, raggiungendo i 66 dollari al barile. Il West Texas Intermediate CLc1 ha invece toccato i 59,73 dollari al barile. Si tratta delle cifre più elevate dal 9 e dal 10 gennaio.

Il presidente del Consiglio presidenziale libico, nonchè premier di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ha affermato, il 21 gennaio, che la Libia rischia di dover affrontare una situazione catastrofica se le forze di Haftar continueranno a bloccare i giacimenti petroliferi. Tuttavia, si è detto speranzoso circa la presenza di pressioni straniere in grado di costringere Haftar a riaprire i porti. Allo stesso tempo, al-Sarraj ha dichiarato che non accetterà le richieste del generale dell’LNA circa la ridistribuzione delle entrate petrolifere.

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Chiara Gentili

di Redazione

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