Libia: ad una settimana dalla conferenza di Berlino, non si può parlare di tregua

Pubblicato il 26 gennaio 2020 alle 10:30 in Africa Libia

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Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha affermato, domenica 26 gennaio, che non ci si può aspettare una tregua dal generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. Parallelamente, l’Onu denuncia un mancato rispetto dell’embargo, mentre aumentano le perdite petrolifere.

Tutto ciò giunge esattamente una settimana dopo la conferenza di Berlino, svoltasi in Germania il 19 gennaio. Il meeting ha visto riunirsi diversi attori del panorama internazionale per discutere della crisi libica e provare a cercare una via d’uscita. Tra i partecipanti, anche Haftar e il presidente del Consiglio presidenziale tripolino, nonché premier, Fayez al-Sarraj, i quali non si sono seduti al tavolo delle discussioni, ma hanno incontrato separatamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

Tuttavia, ad una settimana di distanza, il presidente turco ha affermato che, alla luce delle continue violazioni del cessate il fuoco verificatesi negli ultimi giorni, non è possibile aspettarsi “misericordia e comprensione” da una persona come il generale Haftar, e, di conseguenza, è altrettanto improbabile il rispetto del cessate il fuoco da parte del suo esercito.

Le parole di Erdogan sono giunte nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 26 gennaio all’aeroporto internazionale di Istanbul, prima di recarsi in Algeria, tappa di un tour africano che comprende anche Senegal e Gambia. Haftar, è stato evidenziato, non ha aderito alla “pista della pace” né a Mosca né a Berlino. Il riferimento va altresì all’incontro del 13 gennaio, quando Haftar e al-Sarraj si sono recati a Mosca per firmare il primo accordo ufficiale volto a porre fine al conflitto libico, sotto l’egida di Russia e Turchia. Tuttavia, il generale dell’LNA, dopo aver chiesto, al termine dei colloqui, ulteriore tempo per esaminare il patto, ha lasciato la capitale russa senza firmarlo.

Quanto affermato da Erdogan trova riscontro nelle dichiarazioni del Ministero della Salute di Tripoli che, sempre il 26 gennaio, ha riferito che un impiegato marocchino è stato ucciso in una moschea situata vicino all’aeroporto internazionale di Mitiga, a seguito di un missile lanciato nel corso della notte. L’attacco ha causato altresì il ferimento di altre 3 persone, tra cui 2 bambini, che attualmente versano in gravi condizioni. Il quadro delle violazioni delle ultime 24 ore comprende altresì il lancio di granate e missili contro le aree di al Hadba al-Qasi e Mashrua’ al-Hadba, che hanno causato il ferimento di 4 civili. Allo stesso tempo, si sono verificati scontri tra le forze tripoline e le milizie di Haftar, presso gli assi di combattimento nel Sud di Tripoli.

In tale quadro, la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, il 25 gennaio, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha affermato che, nonostante gli impegni presi nel corso della conferenza di Berlino, diversi Paesi continuano a violare l’embargo sulle armi. Secondo quanto affermato, il cessate il fuoco, debole e temporaneo, ha portato a una marcata diminuzione delle ostilità a Tripoli e ha concesso ai civili quella pausa di cui avevano disperatamente bisogno.

Tuttavia, si tratta una tregua fragile, attualmente minacciata dal continuo trasferimento di combattenti stranieri, consiglieri militari, armi, munizioni e sistemi avanzati da parte di alcuni Paesi, compresi quelli che hanno partecipato a Berlino. A detta dell’Onu, negli ultimi dieci giorni, molti aerei cargo sono stati visti atterrare negli aeroporti libici sia nell’Est sia nell’Ovest del Paese, volti a fornire armamenti e personale alle parti in conflitto. Di fronte a tale scenario, la Missione ha condannato tali continue violazioni, che rischiano di far precipitare il Paese in un rinnovato round di combattimenti, ancora più intenso.

In tale quadro, la compagnia statale petrolifera libica, la National Oil Corporation (NOC), ha affermato, il 25 gennaio, che la produzione di petrolio della Libia è diminuita di circa tre quarti da quando le forze fedeli al generale Haftar hanno dato via ad un blocco, il 18 gennaio. In particolare, in tale data, gruppi alleati all’LNA hanno bloccato le esportazioni di petrolio dai principali porti della Libia. La mossa era volta paralizzare la principale fonte di reddito del Paese, in segno di ritorsione contro la decisione della Turchia di inviare le proprie truppe a sostegno di Tripoli. I giacimenti in questione sono quelli di al-Sharara e al-Feel, situati nei pressi della città costiera di Zawiya. Il primo è considerato il più grande del Paese, con una capacità produttiva pari 320.000 barili, mentre al-Feel è secondo e produce 70.000 barili.

Secondo quanto riferito in una nota del 25 gennaio, dal 18 gennaio, la produzione petrolifera è calata da 1.2 milioni di barili al giorno a poco più di 320.000, provocando perdite pari a circa 256 milioni di dollari. Le esportazioni, è stato specificato, sono state sospese nei porti di Brega, Ras Lanouf, Al-Sidra, Al-Hariga e Zweitina, nella cosiddetta “mezzaluna petrolifera” del Paese. La NOC ha anche denunciato la chiusura di valvole in una stazione di pompaggio nel Sud-Ovest, che ha causato l’interruzione della produzione nei principali campi di al-Sharara e al-Feel. La compagnia ha assicurato che “il carburante è ancora disponibile nella maggior parte delle regioni” della Libia, ma ha esortato le parti responsabili a porre fine al blocco, affinchè si possa garantire la fornitura di prodotti combustibili a tutte le regioni e possano essere ripristinate le entrate vitali per l’economia libica.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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