Trump adotta nuove misure in Iraq e Siria per difendersi da Teheran

Pubblicato il 25 gennaio 2020 alle 18:02 in Iraq USA e Canada

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L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta cercando di rafforzare la propria presenza militare al confine siriano-iracheno per una serie di ragioni. La prima è affrontare l’Iran.

Questo è quanto emerso da due incontri separati tenuti da Trump con i suoi omologhi iracheno e della regione del Kurdistan, rispettivamente Barham Salih e Nechirvan Barzani, svoltisi a margine del World Economic Forum di Davos, il 22 gennaio. In entrambe le occasioni, il capo della Casa Bianca ed i suoi interlocutori hanno rivolto lo sguardo alla presenza statunitense in Iraq, alla luce delle crescenti minacce e tensioni e del continuo rifiuto delle truppe statunitensi da parte della popolazione irachena.

Da un lato, il presidente iracheno ha sottolineato la necessità di intensificare gli sforzi internazionali per riportare sicurezza e stabilità sia nel Paese sia nella regione, e, in tale quadro, Salih ha espresso il desiderio di stabilire relazioni equilibrate con i suoi alleati. Il fine ultimo dell’Iraq, ha affermato il presidente iracheno, è accrescere la sovranità del Paese, di favorirne lo sviluppo e la ricostruzione, senza consentire ad attori esterni di trasformare lo stato in un’area per conflitti e per “regolare i conti”. Dall’altro lato, Trump ha sottolineato la cooperazione in materia economica e di sicurezza in Iraq e la partnership con il Kurdistan nella lotta contro l’ISIS. Si tratta, a detta del capo della Casa Bianca, di una relazione ancora vigente e stabile.

In tale quadro, funzionari occidentali hanno rivelato che Washington ha presentato una proposta composta da dieci punti per far fronte alle richieste dei politici iracheni in merito al ritiro delle forze statunitensi. Il primo punto è in linea con la dichiarazione dell’inviato speciale di Trump per la coalizione anti-ISIS, James Jeffrey, secondo cui qualsiasi discorso relativo alla presenza statunitense in Iraq deve tener conto dell’ampio spettro di aspetti riguardanti il legame Washington- Baghdad, che supera dati semplicemente militari.

Altre proposte di Trump, secondo quanto rivelato, includono il potenziamento del ruolo della NATO nel quadro della lotta contro l’ISIS. A ciò si lega l’aumento delle basi militari e delle truppe nei territori sotto la presidenza del Kurdistan, una maggiore attenzione verso la base Tanf, situata vicino al confine siriano-iracheno-giordano, e il blocco per Tehran verso la strada Baghdad-Damasco-Beirut. Inoltre, gli USA hanno altresì evidenziato che la presenza della coalizione anti-ISIS nello spazio aereo della Siria Nord-orientale è necessaria per combattere lo Stato Islamico, così da impedire alle forze siriane e ai gruppi iraniani di avanzare verso la base Tanf. Allo stesso tempo, le forze russe rimarrebbero lontane dalla linea che si estende dal Faysh Khabur a Nord di Bukamal, sul fiume Eufrate.

Come riportato dal quotidiano al-Monitor, la probabilità di instabilità e della creazione Stati fragili o addirittura in fallimento in Siria e Iraq prefigurano un “terreno fertile per un ISIS 2.0”. Questo è quanto affermato da James Jeffrey, il quale ha affermato che i combattenti dello Stato Islamico ancora attivi in Siria e in Iraq oscillano tra i 14.000 e 18.000. Tale cifra non include i 20.000-30.000 terroristi collegati ad al-Qaeda presenti nella regione siriana di Idlib, secondo le stime delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti. Tuttavia, Jeffrey ha aggiunto che non vi è stato alcun “aumento” dell’attività dell’ISIS in Siria e Iraq dopo il 3 gennaio, data dell’attacco lanciato da Washington che ha causato la morte del generale della Quds Force, Qassem Soleimani.

Tuttavia, Trump e Salih hanno annullato la questione del ritiro dei 5.000 soldati statunitensi stanziati attualmente in Iraq. Il governo iracheno ha nominato un comitato per discutere il futuro delle forze americane e di coalizione nel Paese, ma si prevede che tali discussioni dureranno a lungo. Sebbene gruppi di manifestanti iracheni contestino a gran voce la presenza di Washington in Iraq, molti leader iracheni apprezzano il ruolo svolto dagli Stati Uniti nell’addestramento e nella cooperazione nel quadro della lotta contro l’ISIS. Come sottolinea al-Monitor, si tratta di personalità non legate all’Iran e che considerano la cooperazione con gli USA in materia di sicurezza essenziale per mantenere la sovranità irachena.

La coalizione anti-ISIS, a guida statunitense, conta circa 80 membri. Sin dal 2014, questa si è impegnata nella lotta allo Stato Islamico, con l’obiettivo di sconfiggerlo su tutti i fronti, distruggendo altresì le proprie reti ed ostacolando le proprie mire espansionistiche. Oltre alle campagne militari condotte in Iraq e in Siria, la coalizione mira anche a minare l’infrastruttura finanziaria ed economica dell’ISIS, a frenare il flusso di foreign fighter attraverso i confini e a riportare la stabilità ed i servizi pubblici essenziali nelle aree liberate dalla morsa del gruppo terroristico.

Le forze americane hanno condotto a più riprese operazioni anti-terrorismo contro l’ISIS, con il fine di danneggiarne l’operatività. Da quando il presidente Donald Trump è salito alla guida della Casa Bianca, il 20 gennaio 2017, le operazioni ed i bombardamenti aerei per mezzo di droni contro le forze terroristiche sono aumentati. Già il 23 ottobre scorso, il ministro della Difesa iracheno, Najah al-Shammari, aveva riferito che l’esercito statunitense si sarebbe ritirato dall’Iraq entro 4 settimane. Il 22 ottobre, l’esercito iracheno aveva denunciato la presenza delle forze statunitensi all’interno dei confini iracheni e aveva sottolineato che queste non erano autorizzate a rimanere nel Paese. Tali dichiarazioni sembravano contraddire la versione del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, che invece affermava che le proprie truppe si trovavano in Iraq per continuare le operazioni contro lo Stato Islamico. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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