Myanmar: 2 donne Rohingya uccise, 7 i feriti

Pubblicato il 25 gennaio 2020 alle 9:10 in Asia Myanmar

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Due donne, di cui una incinta, sono state uccise e altre 7 persone sono rimaste ferite dopo che le truppe del Myanmar hanno condotto un attentato contro un villaggio della minoranza Rohingya, sabato 25 gennaio.

A riferirlo, un legislatore e un abitante del villaggio. In particolare, Maung Kyaw Zan, un membro del Parlamento nazionale del comune di Buthidaung, situato nello Stato settentrionale del Rakhine, ha riferito che gli esplosivi, provenienti da un battaglione posto nelle vicinanze, hanno colpito il villaggio di Kin Taung nel cuore della notte. Il deputato ha poi aggiunto che non vi sono stati combattimenti, ma soltanto colpi di artiglieria. Un abitante del villaggio ha altresì riferito della distruzione di due abitazioni a seguito dell’esplosione. È stato evidenziato che si tratta del secondo episodio di tal tipo del 2020.

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tuttavia, tale ultimo episodio giunge due giorni dopo che il tribunale supremo delle Nazioni Unite, il 23 gennaio, ha ordinato al Paese di proteggere la minoranza e di porre fine agli abusi perpetrati. In particolare, a seguito dell’unanimità mostrata da una giuria di 17 giudici, il tribunale ha confermato le disposizioni della Convenzione sul genocidio del 1948, affermando che il Myanmar “aveva causato danni irreparabili contro i diritti dei Rohingya”. Ciò si è verificato grazie all’intervento del Gambia che, il 10 dicembre 2019, ha portato il caso di fronte alla Corte, chiedendo alla comunità internazionale di agire per fermare il genocidio.

L’escalation di violenza è divenuta sempre più acuta a partire dal mese di agosto 2017. In quel periodo, a seguito a degli attacchi condotti contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti Rohingya, lo Stato ha risposto impiegando violenza e causando l’esodo di circa 730.000 membri della minoranza musulmana verso il Bangladesh. Per le Nazioni Unite, il giro di vite verificatosi è da considerarsi un genocidio. Alla voce dell’Onu si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Dal canto loro, le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

Le autorità civili del Paese governano congiuntamente alle forze militari, sulla base di un accordo costituzionale che riserva grandi poteri al comandante in carica. A tal proposito, un portavoce del partito al potere ha riferito che il Paese stava già proteggendo i Rohingya, ma il governo civile aveva un potere limitato sulle forze militari. Delle diverse centinaia di migliaia di Rohingya ancora a Rakhine, molti vivono in condizioni simili all’apartheid, privati della possibilità di viaggiare liberamente o accedere a servizi di assistenza sanitaria e di istruzione, oltre ad essere coinvolti nei perduranti combattimenti tra le forze armate ed i cosiddetti “ribelli”. Di recente, la regione è stata caratterizzata da un’ulteriore situazione di caos, scaturita da nuovi combattimenti tra l’esercito centrale e l’esercito di Arakan, un gruppo di ribelli le cui reclute provengono dalla maggioranza per lo più buddista. Anche tali tensioni hanno causato decine di migliaia di sfollati e decine di morti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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