Iraq: ancora tensioni, no alle truppe USA nel Paese

Pubblicato il 25 gennaio 2020 alle 11:35 in Iraq Medio Oriente

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Il centro della capitale irachena Baghdad continua ad essere testimone di violenti scontri tra gruppi di manifestanti e forze di polizia. Sette i cittadini feriti nella mattina del 25 gennaio.

Nel corso della giornata, è stata riportata la morte di altri 4 manifestanti, di cui uno a Baghdad e altri 3 a Nassiriya. A riferirlo, fonti mediche e di sicurezza locali, le quali hanno specificato che il clima di tensione ha interessato, nello specifico, piazza al-Khalani. Qui, le forze di polizia antisommossa hanno dapprima aperto il fuoco sui manifestanti, costretti poi a fuggire verso altre aree della capitale, e, successivamente, hanno dato fuoco ai loro accampamenti e rimosso le barriere di cemento precedentemente poste. Dall’altro lato, i manifestanti hanno provato ad ostacolare alcune strade con pneumatici bruciati, impedendo alle forze dell’ordine di avanzare verso di loro.

Il clima di tensione del 25 gennaio fa seguito ad un’ulteriore giornata caratterizzata da manifestazioni e scontri violenti, dove, a detta della fonti mediche irachene, sono stati riportati 6 morti e 54 feriti, due dei quali sono stati uccisi proprio in piazza al-Khalani. Le proteste del 24 gennaio hanno visto alla guida il leader del movimento sadrista, Muqtada al-Sadr, il quale ha esortato la popolazione irachena a scendere in piazza per la “marcia da un milione di uomini”, in segno di protesta contro “corruzione e occupazione”. La manifestazione giunge dopo poche settimane dalla riattivazione, da parte di Sadr, del “Mahdi Army”, una milizia composta da forze anti-statunitensi, che il leader stesso aveva sciolto circa 10 anni fa.

Sadr è altresì a capo di Sairoon, uno tra i maggiori blocchi di coalizione in Parlamento, ed è stato tra i principali leader dei movimenti di protesta degli ultimi mesi, acuitisi con la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, il 3 gennaio, a seguito di un raid ordinato dagli Stati Uniti contro l’aeroporto di Baghdad. L’attacco ha causato altresì l’uccisione del vicecomandante iracheno delle Forze di Mobilitazione Popolare filoiraniane, Abu Mahdi al-Muhandis. Un evento che ha portato il Parlamento iracheno, il 5 gennaio, a votare a favore di una risoluzione con cui chiedere all’esecutivo di Baghdad l’espulsione delle truppe straniere, statunitensi in primis, dall’Iraq.

Tale richiesta è stata rinnovata dai gruppi di manifestanti scesi in piazza il 24 gennaio e riunitisi, nello specifico, a Jadriya, un quartiere dove lavorano e risiedono numerosi politici. La popolazione irachena reclama tuttora la propria sovranità, violata, a detta dei manifestanti, con i diversi attacchi tra Washington e Teheran sul suolo iracheno. Uno dei civili in piazza ha affermato che la rivolta del 24 gennaio è da intendersi come un referendum, in cui il popolo ha sottolineato come la presenza di forze statunitensi in Iraq possa rappresentare un pericolo sia a livello nazionale sia regionale. Non da ultimo, gli USA, è stato dichiarato, “sono motivo di corruzione e di tutte le disgrazie” fino ad ora subite da Baghdad. Inoltre, secondo quanto evidenziato, la presenza statunitense in Iraq alimenta forme di dissenso e aumenta la probabilità che le persone agiscano sul territorio iracheno, trasformando il Paese in un campo di battaglia, dove sono gli interessi geopolitici di parti esterne ad essere in competizione.

In tale quadro, il 22 gennaio, il presidente iracheno, Barham Salih, ha incontrato il capo della Casa Bianca, Donald Trump, a margine del World Economic Forum svoltosi a Davos, in Svizzera. In quest’occasione, i due leader hanno concordato sulla necessità di mantenere le forze statunitensi in Iraq. Ciò ha provocato la grande costernazione dei manifestanti filo-Sadr, che hanno definito l’incontro Trump-Salih inaccettabile.

Parallelamente, continuano le proteste antigovernative sia al centro di Baghdad, a piazza Tahrir, sia negli altri governatorati meridionali, tra cui Bassora. Per alcuni, le manifestazioni contro le forze politiche irachene e quelle contro la presenza statunitense sono da considerarsi distinte. “Sadr non è uno di noi, non ci rappresenta”, ha affermato uno dei manifestanti. Per altri, invece, i due movimenti si sovrappongono, in quanto sono proprio gli Usa ad essere considerati fonte di corruzione.

Sadr ha combattuto contro le forze statunitensi, a capo della sua milizia, Mahdi Army, dopo l’invasione di Washington in Iraq, artefice del rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003. Successivamente, Sadr si è definito un riformista e ha appoggiato le recenti proteste antigovernative, mentre i suoi seguaci ricoprono posizioni ministeriali di rilievo. Tuttavia, Sadr è definito un politico notoriamente volubile, a causa dei repentini cambi di alleanze. Il suo portavoce, Saleh al-Obeidy, ha lasciato intendere che, mentre altri in Iraq hanno incolpato in modo inequivocabile gli Stati Uniti o l’Iran per l’instabilità causata, Sadr avrebbe scelto una via di mezzo. Secondo alcuni analisti, il leader sta cercando di salvaguardare le sue “identità multiple”, sostenendo proteste di vario tipo. Da un lato, Sadr starebbe provando a porsi alla guida di un movimento di riforma, in qualità di populista. Dall’altro lato, si cerca di preservare un’immagine di promotore della resistenza contro l’occupazione statunitense, provando altresì a ricevere il sostegno di Teheran.

La forte ondata di manifestazioni in Iraq ha avuto inizio il primo ottobre 2019, quando i manifestanti sono scesi in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono più placate.

In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, tuttavia, non hanno ancora portato ad un risultato concreto. Secondo quanto riferito dall’organizzazione Amnesty International, il bilancio delle vittime riportate dal primo ottobre scorso ammonta a circa 600 morti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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