Il Kirghizistan incluso nel “Travel ban” di Trump

Pubblicato il 24 gennaio 2020 alle 12:18 in Kirghizistan USA e Canada

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La decisione dell’amministrazione Trump di estendere il Travel ban, il divieto di ingresso negli USA per i titolari di passaporti di determinati paesi, al Kirghizistan, sta suscitando preoccupazione e stupore a Bishkek. Le autorità e i cittadini si chiedono perché il Kirghizistan sia stato incluso nella lista nera. Il segretario alla Sicurezza nazionale USA, Chad Wolf, ha affermato che Washington ha fatto affidamento sui governi stranieri per controllare quai dei loro cittadini si recassero negli Stati Uniti e che l’incapacità di alcuni paesi di farlo ha reso necessarie restrizioni. “Per un piccolo numero di paesi che non hanno né la volontà né la capacità di aderire a questi criteri, potrebbero essere necessarie restrizioni di viaggio per mitigare le minacce” – si legge in un report di Politico.

Anche il Wall Street Journal ha anche riferito che il Kirghizistan è nella bozza dell’elenco. A differenza del divieto di viaggio originale, varato dall’amministrazione nel 2017, iniziato prendendo di mira nazioni rigorosamente a maggioranza musulmana, l’elenco presentato questa volta comprende paesi non necessariamente a maggioranza islamica: Bielorussia, Myanmar, Eritrea, Nigeria, Sudan e Tanzania.

In assenza di ulteriori spiegazioni da parte dell’amministrazione Trump, ci sono una serie di possibili spiegazioni, dalle pressioni dello Stato islamico all’eccesso di falsi passaporti kirghisi che circolano per il mondo.

Il Comitato di Stato per la sicurezza nazionale del Kirghizistan (GKNB) ha stimato che fino al 2019 circa 800 cittadini kirghisi avevano viaggiato in Siria per iscriversi a gruppi militanti affiliati all’ISIS. Almeno un quarto di quelle persone sono morte combattendo, secondo le stime ufficiali. In assenza di un chiaro piano per accogliere i foreign fighters di rientro, non è chiaro quanti combattenti induriti alla battaglia stiano ancora operando in Medio Oriente o si siano spostati in altre zone. 

Il Kirghizistan ha un problema di terrorismo, soprattutto alle frontiere, e deve contrastare rischi di infiltrazione dall’Afghanistan, ma la violenza reale è stata relativamente rara. L’incidente più recente si è verificato nell’agosto 2016, quando un attentatore suicida ha attaccato l’ambasciata cinese a Bishkek con un’auto piena di esplosivi. L’attentato è stato in gran parte un fallimento. Solo due impiegati dell’ambasciata hanno riportato ferite lievi. Tuttavia, le autorità locali, secondo diversi analisti, esagerano appositamente il rischio di infiltrazioni dell’ISIS nel paese, sia a fini di politica interna, per rafforzare il controllo sulla popolazione, sia a fini di politica estera, per ottenere aiuti militari da Russia, Cina e Kazakistan.

Ben diverso è il problema dei passaporti, emerso nuovamente lo scorso novembre, in occasione dell’omicidio dell’uomo d’affari cinese di origine uigura Aierken Saimati a Istanbul. La polizia turca ha rivelato che la vittima e due dei quattro sospetti erano in possesso di falsi passaporti kirghisi. In precedenza anche in Russia sono stati trovati numerosi passaporti falsi kirghisi, sia nel quadro di indagini per crimini comuni, sia in occasione di episodi di terrorismo, come gli attentati di San Pietroburgo del 3 aprile 2017, o di smantellamento di cellule da parte delle forze di sicurezza.

Il governo di Bishkek afferma che sta lavorando alla  revisione del modo in cui produce e rilascia i suoi passaporti, ma l’intero processo è bloccato per il coinvolgimento di numerosi funzionari in casi di corruzione.

Se il ritardo nell’introduzione dei passaporti biometrici ha portato il Kirghizistan ad essere introdotto nel nuovo Travel ban dell’amministrazione Trump, ciò potrebbe anche spiegare perché anche la Bielorussia è inclusa nell’elenco. Minsk ha ripetutamente interrotto, per diverse cause, i suoi sforzi per distribuire passaporti biometrici.

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Italo Cosentino, interprete di russo

di Redazione

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