Iraq: escalation a Baghdad, più di 600 morti da ottobre

Pubblicato il 24 gennaio 2020 alle 9:42 in Iraq Medio Oriente

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Gruppi di manifestanti hanno continuato ad ostacolare le strade della capitale irachena Baghdad e di altri governatorati meridionali, in segno di protesta contro una perdurante situazione di stallo politico e crisi economica. Inoltre, un cittadino è morto e altri 7 sono rimasti feriti all’alba del 24 gennaio, a seguito di un attentato ad opera di un gruppo armato.

Sin dal 19 gennaio, l’Iraq ha cominciato ad assistere ad una nuova escalation dei movimenti di protesta, di fronte ad una crescente rabbia nata dal mancato rispetto della scadenza stabilita per determinare un nuovo premier, inizialmente fissata, dalla popolazione stessa, proprio al 19 gennaio. Dal canto loro, le forze dell’ordine hanno intensificato le proprie misure repressive, arresti e maggiori controlli in primis, anche su ordinanza del Consiglio di sicurezza nazionale.

Nella giornata del 23 gennaio, Baghdad ha assistito nuovamente ad una situazione di caos e tensione. Fonti della sicurezza hanno riferito che un veicolo dell’esercito è stato attaccato con una bomba nei pressi dell’autostrada che attraversa il centro della capitale, causando il ferimento di uno dei soldati a bordo. Parallelamente, il corrispondente di al-Jazeera ha riportato il blocco di una delle arterie principali della città, il ponte Muhammad al-Qasim, da parte dei manifestanti, i quali hanno altresì impiegato pneumatici bruciati. Piazza Tahrir, la piazza centrale simbolo della forte mobilitazione, ha poi assistito a scontri tra i gruppi di manifestanti iracheni e le forze di sicurezza, i quali hanno causato vittime per entrambe le parti.

Dal canto loro, le forze dell’ordine hanno denunciato la presenza di “infiltrati”, i quali si sono mischiati tra la folla causando vittime tra i manifestanti, impiegando pistole e altri tipi di armi, e alimentando ancor di più l’instabilità delle piazze irachene. In tale quadro, nelle prime ore del 24 gennaio, un gruppo di uomini armati a bordo di un autobus ha sparato contro i cittadini iracheni, nel centro di Baghdad, causando la morte di un manifestante ed il ferimento di altri 7. Le forze armate irachene, dal canto loro, si sono dette determinate a contrastare tali azioni e a portare i responsabili davanti alla giustizia. Scenari simili si sono verificati anche nel governatorato meridionale di Bassora, dove, il 23 gennaio, centinaia di studenti si sono radunati in segno di protesta contro le uccisioni verificatesi, dopo che un attivista è morto a seguito degli spari perpetrati da un gruppo di uomini armati.

Secondo quanto riferito dall’organizzazione Amnesty International, il bilancio delle vittime riportate dal primo ottobre scorso, data di inizio delle manifestazioni, ammonta a circa 600 morti. È stata altresì denunciata la forte repressione da parte delle forze dell’ordine, come testimoniato dai video raccolti dall’organizzazione, in cui si nota l’impiego di munizioni vive ed esplosivi contro i manifestanti. Si tratta, a detta di Amnesty, di una perdurata ondata di violenza, che include altresì intimidazioni, arresti e torture di vario tipo.  Per l’organizzazione, la recente escalation dimostra come le autorità irachene non abbiano alcuna intenzione di porre fine a violenza e repressione. Tuttavia, le forze dell’ordine sono state esortate a porre fine ad ogni tipo di violenza e ad aprire inchieste per individuare i responsabili e risarcire le vittime colpite e le loro famiglie.

La forte ondata di manifestazioni ha avuto inizio il primo ottobre 2019, quando i manifestanti sono scesi in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono più placate.

In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, tuttavia, non hanno ancora portato ad un risultato concreto. Ciò ha rallentato i processi decisionali relativi a decisioni e riforme di importanza rilevante per il Paese, sia sul piano politico sia economico, che necessitano dell’approvazione di un governo dai pieni poteri. Secondo quanto richiesto dai movimenti di protesta iracheni, il nuovo governo dovrà essere guidato da una personalità indipendente ed il fine ultimo sarà porre fine al sistema di quote settarie. Tuttavia, le forze politiche al potere non sono state ancora in grado di trovare un accordo e, di conseguenza, la popolazione ha continuato a far sentire la propria voce.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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