Iran- Arabia Saudita: nell’era post Soleimani le relazioni passano per l’Iraq

Pubblicato il 24 gennaio 2020 alle 16:20 in Arabia Saudita Iran

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Il ministro di Stato per gli Affari esteri dell’Arabia Saudita, Adel al-Jubayr, ha affermato che l’Iran dovrà comportarsi come un Paese normale se vorrà interagire con il resto del Golfo e in particolare con Riad. Tuttavia, diversi sono gli interrogativi sulle future relazioni tra i due Paesi, alla luce del quadro delle recenti tensioni.

Le parole del ministro saudita sono giunte il 23 gennaio, a margine del World Economic Forum, tenutosi a Davos in Svizzera, a cui hanno partecipato diversi Paesi a livello internazionale, tra cui l’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, non ha preso parte all’incontro, a causa di presunti cambiamenti alla sua agenda. Tuttavia, attraverso un tweet, il ministro ha espresso la disponibilità del suo Paese a dialogare con i propri vicini e a collaborare per rispondere agli interessi dell’intera regione del Golfo, con il fine di portare speranza, stabilità e prosperità.

Dal canto suo, al-Jubayr, nell’intervento al Forum di Davos, ha affermato che l’Arabia Saudita respinge qualsiasi forma di ingerenza negli affari interni di uno Stato del Golfo, in quanto ciò mina la stabilità dei restanti Paesi arabi. A tal proposito, il ministro ha espresso la propria preoccupazione circa l’interferenza iraniana negli affari interni dell’Iraq, considerata di ampia portata, come dimostrato altresì dalla recente mobilitazione popolare.

Baghdad, a sua volta, costituisce motivo di forte interesse per Riad, data la vicinanza e l’interdipendenza tra i due Paesi, rappresentata altresì da un comitato interministeriale volto a favorire la collaborazione tra le due parti. Pertanto, considerato altresì il grande patrimonio iracheno, l’Arabia Saudita ha interesse nel salvaguardare l’indipendenza dell’Iraq, allontanandolo dall’interferenza di Teheran. Quest’ultima, secondo al-Jubeir, sta “rubando” le ricchezze di Baghdad e mira sempre più a favorire le proprie milizie all’interno del territorio iracheno.

Il ministro saudita ha poi affermato che il suo Paese si impegna per allontanare tensioni e guerre dalla regione, ma si trova a far fronte ad un attore, l’Iran, le cui “mani negative” sono ben percepibili anche nel resto del Golfo, dallo Yemen al Bahrein, dove offre sostegno militare e politico. Di fronte a tale scenario, Riad si è detta disponibile ad instaurare un dialogo con Teheran e a ristabilire legami, ma solo se questa cambierà il suo atteggiamento. Parallelamente, al-Jubayr ha esortato l’Iran a “prendersi cura del suo popolo”, oltre a rispettare il diritto internazionale, a porre fine al suo sostegno al terrorismo e ad interferire nelle questioni interne degli altri Paesi.

Al-Jubayr, sempre nel corso dell’intervento a Davos relativo alla situazione di tensione in Medio Oriente, ha poi aggiunto: “Non abbiamo sparato un proiettile contro l’Iran, non abbiamo lanciato un missile contro l’Iran, non abbiamo piazzato cellule terroristiche contro l’Iran, non abbiamo assassinato diplomatici iraniani o fatto saltare in aria le ambasciate iraniane come hanno fatto con noi, quindi, da parte nostra non possiamo parlare di de-escalation perché non vi è stata nessuna escalation”. Inoltre, con riferimento agli ultimi episodi, il ministro ha affermato: “Qualsiasi cosa verificatasi come conseguenza, è conseguenza del comportamento aggressivo dell’Iran”.

L’Iran ha più volte accusato l’Arabia Saudita di sostenere vari gruppi jihadisti, nel tentativo di suscitare discordia a livello regionale e promuovere una visione conservatrice dell’Islam sunnita. Riad e Teheran hanno lottato per l’influenza regionale per decenni, ma le loro relazioni si sono interrotte all’inizio del 2016, dopo che, il 2 gennaio di quell’anno, manifestanti iraniani hanno dato fuoco all’ambasciata saudita, in risposta all’esecuzione di un importante religioso musulmano sciita, accusato di incitamento al disordine.

Tra gli ultimi episodi del 2019, il 14 settembre scorso due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita, sono stati colpiti da raid aerei, rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi. L’impianto di Abaiq tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, il gigante Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura, l’impianto di carico a largo della costa, anch’esso, a sua volta, il maggiore a livello internazionale. L’Iran è stato ritenuto il responsabile di tale accaduto sia dagli Stati Uniti sia da altri Paesi, tra cui Francia, Germania e Regno Unito, in quanto non vi sarebbero “altre spiegazioni”. Teheran, dal canto suo, ha rifiutato qualsiasi coinvolgimento, mentre Riad, proprio nell’incontro di Davos del 23 gennaio 2020, ha affermato che le indagini sono ancora in corso.

L’uccisione del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, del 3 gennaio, a seguito del raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, ha creato una serie di reazioni e conseguenti tensioni nella regione del Golfo. A tal proposito, secondo quanto affermato da al-Monitor, la morte di Soleimani ha rappresentato una buona notizia per il Regno saudita, che aveva incluso il generale nella “lista del terrore”, sebbene questo abbia raramente preso di mira Riad.

Il 3 gennaio, i media sauditi hanno affermato che con la morte del carismatico Soleimani, radunare forze e gruppi politici intorno a Teheran sarebbe diventato più difficile. Pertanto, Riad poteva sentirsi più vicina che mai al raggiungimento di uno dei suoi obiettivi di politica estera, ovvero frenare l’influenza dell’Iran e limitarla all’interno delle proprie mura. Dall’altro lato, diversi sono stati i funzionari sauditi preoccupati di fronte ad una possibile reazione iraniana, che non risparmierebbe Riad.

Da qui, secondo al-Monitor, scaturisce un approccio cauto dell’Arabia Saudita. Quest’ultima sa che l’ampia rete di gruppi leali a Teheran nella regione potrebbe schierarsi rapidamente a favore dell’Iran in caso di potenziali crisi. Queste milizie comprendono non solo Hezbollah in Libano e le Unità di mobilitazione popolare in Iraq, ma anche gli Houthi in Yemen appoggiati dall’Iran. A tal proposito, l’Arabia Saudita guida una coalizione proprio contro i ribelli impegnati nel conflitto yemenita, i quali rappresentano una minaccia imminente e diretta alla sicurezza saudita.

In tale quadro, un analista di affari sauditi, Kamran Karami, ha affermato che la “variabile statunitense” non può essere ignorata nella cornice delle tensioni tra Iran e Arabia Saudita, e, di fronte ad una politica di massima pressione da parte statunitense, non è possibile pensare ad una de-escalation tra Riad e Teheran. Tuttavia, dopo l’attacco del 14 settembre, è stato spiegato, Riad ha provato a disinnescare le tensioni con l’Iran, con il fine di non cadere vittima di eventuali attacchi iraniani. Inoltre, la decisione di Washington di non rispondere all’attacco delle forze iraniane contro basi statunitensi in Iraq, dell’8 gennaio, potrebbe rendere Riad ancora più cauta nella sua strategia anti-iraniana.

Parallelamente, l’assassinio di Soleimani ha alimentato le preoccupazioni della popolazione saudita circa un conflitto regionale e ciò potrebbe indurre il Regno ad adottare una politica di de-escalation, per non mettere a repentaglio la propria sicurezza. Tuttavia, anche altri analisti si chiedono se Teheran, dal canto suo, accetterà tale approccio e se accetterà un compromesso con la controparte saudita. Tutto ciò, chiarisce al-Monitor, rende difficile delineare un quadro chiaro delle relazioni future tra Iran e Arabia Saudita.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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