Corte Internazionale di Giustizia chiede intervento d’urgenza contro il genocidio dei Rohingya

Pubblicato il 23 gennaio 2020 alle 16:39 in Asia Myanmar

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La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) dell’Aia ha ordinato al Myanmar di adottare misure di emergenza per fermare il genocidio dei Rohingya. 

Con una votazione all’unanimità da parte di una giuria di 17 giudici, il tribunale ha confermato le disposizioni della Convenzione sul genocidio del 1948, affermando che il Myanmar “aveva causato danni irreparabili contro i diritti dei Rohingya”. Secondo lo statuto dell’ICJ, il tribunale ha il potere di ordinare l’attuazione di misure provvisorie quando “un pregiudizio irreparabile potrebbe essere causato a diritti che sono oggetto di procedimenti giudiziari”. Il tribunale ha riscontrato che la condizione di urgenza era stata soddisfatta nel caso dei Rohingya. Le misure provvisorie sono provvedimenti da adottare per prevenire ulteriori danni e rappresentano il primo passo nel procedimento legale. Il giudice che ha pronunciato la sentenza si è preoccupato di enfatizzare la necessità di mettere in atto misure provvisorie senza “pregiudicare” il caso.

Il 10 dicembre 2019, il ministro della Giustizia del Gambia, lo Stato che ha portato il caso di fronte alla Corte, ha chiesto alla comunità internazionale di agire per fermare il genocidio dei Rohingya in Myanmar, all’apertura del processo sugli abusi subiti dalla minoranza asiatica. L’11 dicembre è stato il turno delle autorità birmane di rispondere alle accuse. “Il Gambia ha riportato un quadro incompleto e fuorviante della situazione nello stato di Rakhine”, ha affermato Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri del Paese asiatico, vincitrice del nobel per la pace. La donna ha poi aggiunto che non c’è mai stato alcun “intento genocida” da parte delle autorità birmane. “Può esserci un intento genocida da parte dello Stato che indaga attivamente, persegue e punisce i soldati e gli ufficiali, che sono accusati di illeciti? Sebbene l’attenzione qui sia rivolta ai membri dell’esercito, posso assicurarvi che verranno prese le misure appropriate anche contro i criminali civili”, ha affermato la rappresentante del Myanmar. Aung San Suu Kyi ha poi aggiunto che la situazione nello stato di Rakhine era “complessa” e ha, tuttavia, riconosciuto la “sofferenza” vissuta della minoranza a prevalenza musulmana dei Rohingya. L’esercito del Myanmar potrebbe aver usato una “forza sproporzionata”, ma ciò non dimostra che si stava cercando di eliminare l’etnia, secondo la donna. 

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddhista e dell’esercito. Tali violenze sono cresciute nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione mediatica internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, si è verificata una risposta da parte dello Stato che ha portato all’esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. L’ONU aveva pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico erano accusati di genocidio nei confronti della minoranza. Alla voce delle Nazioni Unite si erano unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che avevano definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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