Caso Regeni: le questioni che l’Egitto deve chiarire

Pubblicato il 23 gennaio 2020 alle 12:44 in Egitto Italia

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In prossimità del quarto anniversario dalla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, rapito il 25 gennaio 2016, il nuovo procuratore egiziano, Hamada El-Sawy, è chiamato a chiarire alcune questioni sollevate dalla Procura di Roma.

A spiegare la situazione, il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, il quale ha specificato, in un articolo del 23 gennaio, che la prima questione da chiarire riguarda l’ufficiale dei servizi segreti egiziani, la National Security, che si è occupato delle indagini preliminari che vedevano Regeni accusato di spionaggio per conto del Regno Unito. Il suo nome è Magdi Ibrahim Abdel-Al Sharif e, al momento, si trova al centro delle indagini condotte dalla Procura di Roma, accanto ad altri quattro ufficiali.

Al-Sharif avrebbe rivelato ad un poliziotto keniota delle confidenze ritenute la chiave per risolvere il caso. Nello specifico, l’ufficiale avrebbe ammesso di aver catturato il giovane ricercatore, di averlo caricato su di un’auto e successivamente picchiato, credendo che fosse una spia inglese. L’episodio è stato rivelato da una persona che ha assistito alla conversazione tra il funzionario egiziano e il suo interlocutore keniota. Tuttavia, Roma desidera comprendere se al-Sharif si trovava realmente a Nairobi nell’agosto del 2017 e se, quindi, quanto testimoniato corrisponde al vero.

Tra gli altri imputati coinvolti nell’indagine vi è il generale Tarek Sabre, che, all’epoca dei fatti, era direttore presso un dipartimento della National Security e sarebbe stato lui ad aver dato l’ordine di seguire e indagare sul giovane ricercatore, a seguito di un rapporto di uno dei suoi assistenti. Il secondo colonnello sotto accusa è Ather Kamal, capo delle indagini nella capitale egiziana, che, secondo alcune prove, ha supervisionato il piano per rintracciare Regeni, in una cornice di coordinamento tra la National Security e le forze di sicurezza pubblica egiziane. In tal caso, per l’Italia resta da chiarire se tali agenti e ufficiali imputati hanno davvero sfruttato il coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, l’amica che aiutava Regeni nelle traduzioni, per fornire informazioni sul caso. Vi sarebbero prove che dimostrano contatti tra questi e l’intelligence egiziana. Roma, dal canto suo, ha affermato di voler continuare ad indagare proprio su Wahby, la stessa che ha accolto i genitori del giovane ricercatore al Cairo, ma che avrebbe chiesto a Regeni di non diffondere il libro su cui stava lavorando.

Altro punto da chiarire concerne il tipo di “sorveglianza” a cui Regeni è stato sottoposto nei mesi che hanno preceduto il suo assassinio. Fonti diplomatiche hanno chiarito che le informazioni incluse nelle precedenti indagini erano state inviate inizialmente a Roma in arabo e successivamente tradotte nel 2018, ma non chiarivano i tipi di controlli e indagini effettuati sul ricercatore, accusato di spionaggio. A tal proposito, l’accusa italiana, secondo quanto rivelato da fonti diplomatiche, avrebbe riferito alla controparte egiziana di credere che le forze di sicurezza nazionali non siano le uniche a poter essere coinvolte nel caso. Vi sarebbe, dunque, un’ulteriore attore responsabile dell’arresto di Regeni. Tuttavia, non sono stati forniti ulteriori dettagli.

Giulio Regeni, un dottorando di Cambridge che si trovava in Egitto per studiarne i sindacati, è stato rapito il 25 gennaio 2016 e il suo corpo è stato rinvenuto il 3 febbraio, vicino al Cairo. È stato rivelato che il ragazzo è stato torturato prima di essere ucciso. Da allora, sono in corso indagini per capire chi siano stati i responsabili del suo assassinio. Inizialmente, era stata incolpata una banda criminale locale specializzata in rapimenti di stranieri, i cui membri sono stati uccisi dalla polizia egiziana. In seguito, le forze di sicurezza locali hanno riferito di aver trattenuto Regeni il giorno della sparizione.

Il 15 gennaio, il procuratore generale del Cairo, Hamada El-Sawy, ha riferito ad una squadra di investigazione italiana, recatasi nella capitale egiziana nello stesso giorno, che un nuovo team è stato formato e che ha già iniziato a lavorare sui diversi fascicoli per comprendere le circostanze che hanno portato alla morte di Regeni. Le procedure investigative necessarie, è stato riferito, sono volte a chiarire l’accaduto in modo imparziale, indipendente e neutrale.

Già nel mese di dicembre 2019, fonti diplomatiche egiziane avevano reso noto che i Ministri degli Esteri di Italia ed Egitto avevano avviato le procedure volte a riprendere la cooperazione giudiziaria e diplomatica sul caso Regeni. Inoltre, il 17 dicembre era stata organizzata una sessione dalla commissione parlamentare d’inchiesta italiana, in cui erano stati ascoltati il procuratore di Roma, Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco. In tale occasione, quest’ultimo aveva parlato di una “ragnatela” tessuta, nei giorni precedenti la morte di Giulio Regeni, dai servizi di sicurezza nazionale egiziani, i quali hanno controllato e monitorato il giovane ricercatore prima del rapimento e dell’omicidio.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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