Israele e le dispute in clima pre-elettorale: dalle esportazioni di gas alla Valle del Giordano

Pubblicato il 22 gennaio 2020 alle 16:29 in Giordania Israele

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Israele è attualmente coinvolto in due dispute riguardanti altresì i Paesi vicini. Da un lato, il Parlamento di Amman ha votato a favore di una proposta di legge con cui impedire a Israele di esportare gas verso il Paese. Dall’altro lato, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha chiesto a Washington l’autorizzazione per annettere la Valle del Giordano.

La decisione del Parlamento di Amman risale al 20 gennaio. Si tratta di un’azione nata dalle proteste della popolazione, scesa in piazza sia il 3 sia il 10 gennaio scorso. La proposta deve ancora passare al governo prima di diventare un disegno di legge ed essere eventualmente accettata, e, al momento, non risulta chiaro quale potrebbe essere la posizione dell’esecutivo giordano. Tuttavia, il presidente parlamentare, Atef Tarawneh, ha affermato che la maggioranza dei deputati ha votato a favore di una “mozione urgente” con cui chiedere al governo il divieto di importazione di gas israeliano.

La disputa ha avuto inizio il primo gennaio, quando la compagnia Noble Energy, con base in Texas, ha cominciato le attività di pompaggio presso il giacimento israeliano di Leviathan, situato a circa 130 km ad Ovest della città portuale di Haifa, sul Mar Mediterraneo, consentendo alla Giordania di ricevere le prime forniture “sperimentali” di gas naturale, sulla base di un accordo raggiunto nel 2016. Quest’ultimo prevede, da parte della Noble Energy, la fornitura di gas dal valore di 15 miliardi di dollari al Regno hashemita, per una quantità giornaliera pari a circa 300 milioni di piedi cubi. La Noble Energy fa parte di un consorzio composto altresì da Delek Drilling e Ratio, posto a controllo del maggiore giacimento di gas naturale israeliano, Leviathan, in cui, il 31 dicembre 2019 hanno avuto inizio le attività di pompaggio.

Da un lato, il governo giordano considera l’accordo stipulato un modo efficace per garantire la stabilità dei prezzi dell’energia per il prossimo decennio e per risparmiare almeno 500 milioni di dollari all’anno. Dall’altro lato, la popolazione del Regno hashemita ritiene che l’accordo vada contro la sua volontà ed è scesa in piazza in segno di protesta. Sebbene l’intesa sia stata raggiunta con compagnie private, secondo quanto specificato dal governo giordano, i manifestanti si oppongono alla ricezione di gas proveniente da Israele, considerato un nemico, il quale, inoltre, risulterebbe tra i maggiori beneficiari. Secondo il Fronte di Azione Islamica, partito di opposizione, si è di fronte ad un crimine contro la nazione e ad una “catastrofe nazionale” che rende il Regno ostaggio di Israele e pone il settore energetico del Paese, nonché il suo futuro, nelle mani della “occupazione sionista”.

Un’altra questione oggetto di tensioni per Israele riguarda la Valle del Giordano, un’area settentrionale della Cisgiordania che da tempo Israele desidera annettere ai propri territori. A tal proposito, il 22 gennaio, Netanyahu si è rivolto alla Casa Bianca per ottenere il via libera prima di annunciare l’annessione della Valle del Giordano e l’area a Nord del Mar Morto. Tale aspetto è al centro della campagna del partito del premier, Likud, dopo che il primo ministro, il 26 dicembre scorso ha ottenuto la maggioranza alle primarie all’interno del partito, consentendogli di partecipare alle prossime elezioni anticipate del 2 marzo, in cui competerà nuovamente per la posizione di primo ministro. La questione della Valle del Giordano è centrale anche per la campagna del rivale, Benny Gantz, il quale ha affermato che si impegnerà per annettere i territori ad Israele ma, al contempo, il leader di Blue and White afferma che ciò dovrà avvenire solo dopo aver ottenuto un consenso a livello internazionale.

La Giordania è connessa alla questione palestinese. La popolazione del Regno hashemita è costituita da circa il 70% di palestinesi, discendenti di coloro giunti nel Paese durante la dominazione hashemita della Cisgiordania, dal 1948 al 1967, e dei profughi dei numerosi conflitti israelo-palestinesi avvenuti dal secondo dopoguerra a oggi. La Giordania è poi l’unico paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, il 26 ottobre 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi.

In tale contesto, il 5 dicembre 2017, il monarca giordano, il re Abdullah II, aveva messo in guardia il presidente della Casa Bianca, Donald Trump, dal trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e dal riconoscimento della Città Santa come capitale di Israele. Secondo il trattato di pace del 1994, la corona giordana è anch’essa protettrice dei luoghi santi di Gerusalemme ma, al di là di ciò, la decisione americana era stata considerata un tradimento allo stesso accordo ed un pericolo per la stabilità della regione.

 Il 18 febbraio 2019, Palestina e Giordania hanno poi istituito un Consiglio congiunto per il controllo e la gestione del Monte del Tempio di Gerusalemme. L’azione rappresenterebbe una risposta al piano di pace statunitense, di fronte al timore del ruolo speciale che l’Arabia Saudita potrebbe svolgere nella moschea di al-Aqsa se il patto andasse a buon fine.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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