Iraq e Stati Uniti: legami di amicizia ancora stabili

Pubblicato il 22 gennaio 2020 alle 17:44 in Iraq USA e Canada

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Il presidente iracheno, Barham Salih, ha incontrato il suo omologo statunitense, Donald Trump. I due si sono incontrati il 22 gennaio a margine del World Economic Forum, tenutosi a Davos, in Svizzera.

Secondo quanto affermato dal capo della Casa Bianca, i presidenti hanno discusso di una serie di questioni di mutuo interesse, alla luce delle tensioni acuitesi nell’ultimo periodo tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno. A detta di Trump, le relazioni tra Washington e Baghdad continuano ad essere stabili e positive. Gli USA, è stato evidenziato, hanno rappresentato un partner per l’Iraq nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico. Tale missione dovrà essere completata e, secondo quanto affermato da Trump, i due Paesi continueranno a collaborare per creare un Iraq stabile, sovrano e pacifico sia a livello nazionale sia internazionale.

L’occasione ha consentito a Trump e Salih di discutere altresì della presenza delle truppe statunitensi in Iraq, alla luce delle contestazioni della popolazione irachena, che ha più volte contestato una violazione del proprio territorio da parte statunitense. A tal proposito, Barham ha sottolineato la necessità di intensificare gli sforzi internazionali per riportare sicurezza e stabilità sia nel Paese sia nella regione, e, in tale quadro, il presidente ha espresso il desiderio di stabilire relazioni equilibrate con i suoi alleati. Il fine ultimo dell’Iraq, ha affermato il presidente iracheno, è accrescere la sovranità del Paese, di favorirne lo sviluppo e la ricostruzione, senza consentire ad attori esterni di trasformare il Paese in un’area per conflitti e per “regolare i conti”.

L’incontro è giunto dopo che, il 5 gennaio, il Parlamento iracheno ha votato a favore di una risoluzione con cui si chiede al governo di espellere le truppe straniere presenti nel Paese, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran sul suolo iracheno. Ciò si è verificato dopo che Washington è stata accusata di aver violato la sovranità irachena effettuando, senza autorizzazione, l’attacco aereo che ha causato la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, il 3 gennaio, condotto contro l’aeroporto di Baghdad.

Il quadro delle recenti tensioni comprende altresì l’episodio dell’8 gennaio, data in cui l’Iran ha attaccato due basi irachene, che ospitano truppe statunitensi, con una raffica di missili. Le due basi colpite si trovano una nel governatorato settentrionale di Erbil, mentre l’altra nella provincia di Anbar, nell’Iraq occidentale. In tale occasione, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha affermato, tramite una dichiarazione su Telegram, che si è trattato dell’inizio di una “vendetta spietata”, volta a vendicare la morte di Soleimani.

Precedentemente, il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena aveva causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Il 29 dicembre, poi, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. Le cosiddette “Brigate di Hezbollah” sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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