Il blocco del petrolio in Libia: la posizione USA e le accuse alla Francia

Pubblicato il 22 gennaio 2020 alle 9:03 in Francia Libia USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno chiesto una ripresa immediata delle esportazioni petrolifere dalla Libia, bloccate dalle milizie di Khalifa Haftar. Il governo di Tripoli, invece, accusa la Francia di legittimare diplomaticamente il generale di Tobruk. 

“La sospensione delle attività della National Oil Corporation (NOC) rischia di aggravare l’emergenza umanitaria in Libia e di infliggere ulteriori sofferenze inutili al popolo libico”, ha scritto l’ambasciata degli Stati Uniti a Tripoli, in un post su Twitter. “Le operazioni del NOC devono riprendere immediatamente”, si legge ancora nella pubblicazione. Intanto, il governo di Tripoli, che si trova sotto assedio da parte dell’esercito di Haftar dal 4 aprile 2019, si sta lamentando dell’ingerenza francese nel processo diplomatico. Secondo Ashraf Shah, l’ex consigliere politico dell’Alto Consiglio di Stato tripolino, la Francia starebbe bloccando una dichiarazione congiunta dei Paesi occidentali, ideata per condannare la chiusura dei porti e delle strutture petrolifere e per chiedere la loro riapertura immediata. ”Questo è il motivo per cui i Paesi rilasceranno dichiarazioni individuali che esprimono la loro posizione”, ha scritto Shah su Twitter. “Sembra che i sostenitori del criminale Haftar mantengano le loro posizioni dopo la dichiarazione di Berlino”, ha aggiunto in riferimento agli atteggiamenti della Francia.

Le forze di Haftar sono in guerra da ormai 9 mesi con i combattenti fedeli al Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato dal premier Fayez Al-Sarraj e riconosciuto dalle Nazioni Unite. L’esercito di Tobruk ha bloccato le esportazioni di petrolio dai principali porti della Libia il 18 gennaio, un giorno prima di una conferenza internazionale di pace sulla Libia, tenutasi a Berlino il 19 gennaio. La mossa era pensata per paralizzare la principale fonte di reddito del Paese, in ritorsione contro la decisione della Turchia di inviare le proprie truppe a sostegno di Tripoli. Tra pochi giorni, quando i serbatoi per lo stoccaggio di petrolio nei porti saranno pieni, la produzione libica sarà limitata a 72.000 barili al giorno rispetto agli oltre 1,2 milioni della scorsa settimana, secondo le stime di un portavoce del NOC, la compagnia petrolifera nazionale libica, riferite dal Financial Times.

In tale quadro, il 21 gennaio, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, ha affermato il proprio rifiuto all’invio di forze internazionali a Tripoli. In particolare, l’inviato ha affermato che, da un lato, il Paese non accetterebbe la presenza di forze straniere. Dall’altro lato, sembra che la comunità internazionale non sia pronta o intenzionata ad inviare truppe. Pertanto, una simile operazione militare non è ciò che, al momento, l’Onu sta cercando. Tuttavia, l’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani, il 21 gennaio, ha ribadito la presenza di mercenari siriani, reclutati ed addestrati da Ankara, nella capitale libica. Questi ammonterebbero a 2600 combattenti, mentre sarebbero 1790 le reclute che rimangono nei campi di addestramento turchi, situati nel Nord-Est della Siria. Il fine ultimo della Turchia, a detta dell’Osservatorio, sarebbe quello di giungere a quota 6000 unità siriane in Libia.

In tale contesto, il 27 novembre, Erdogan aveva firmato con il GNA alcuni memorandum d’intesa per intensificare la cooperazione tra Libia e Turchia in materia di sicurezza e nel settore delle attività marittime nella contesa area del Mediterraneo orientale. Il governo di Tripoli ha inviato una richiesta formale di sostegno militare “aereo, terrestre e marittimo” alla Turchia per respingere l’offensiva del generale libico Khalifa Haftar, il 26 dicembre. L’8 gennaio il parlamento turco ha approvato l’invio di truppe nel Paese Nordafricano. Intanto, il Sud della capitale ha assistito nuovamente, il 20 e 21 gennaio, a scontri tra le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate da Haftar, e quelle dell’esercito tripolino. In questi combattimenti, avvenuti nel Sud di Tripoli e, nello specifico, a Salah al-Din, sarebbero morti anche 28 di questi mercenari siriani, sempre secondo l’Osservatorio

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Maria Grazia Rutigliano  

di Redazione

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