Riprendono gli scontri a Tripoli: 28 i mercenari siriani morti, Salamé si oppone all’invio di forze internazionali

Pubblicato il 21 gennaio 2020 alle 16:35 in Africa Libia

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Il Sud della capitale Tripoli ha assistito nuovamente, il 21 gennaio, a scontri tra le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar, e quelle dell’esercito tripolino.

In particolare, il direttore del cosiddetto “Dipartimento di orientamento morale”, affiliato al comando generale dell’LNA, il brigadiere Khaled Al Mahjoub, ha dichiarato al quotidiano arabo al-Arabiya che i mercenari siriani, arruolati dalla Turchia per combattere a fianco dell’esercito di Tripoli, hanno sparato contro le milizie filo-Haftar concentrate nel Sud della capitale, poste, nello specifico, presso gli assi di combattimento sulla strada verso l’aeroporto e ad Abu Salim. Secondo al-Mahjoub, si tratta di una “violazione alla tregua” precedentemente stabilita, la cui importanza è stata ribadita da diversi attori internazionali alla conferenza di Berlino del 19 gennaio.

In tale quadro, il medesimo quotidiano, sulla base di dati forniti dall’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani il 21 gennaio, ha riportato la morte di 28 mercenari siriani, causati dagli ultimi scontri verificatisi presso gli assi di combattimento nel Sud di Tripoli e, nello specifico, a Salah al-Din. A tal proposito, è stato specificato che il numero di mercenari siriani, reclutati ed addestrati da Ankara, giunti nella capitale ammonta, al 21 gennaio, a 2600 combattenti, mentre sono 1790 le reclute che continuano a sostare nei campi di addestramento turchi, situati nel Nord-Est della Siria. Il fine ultimo della Turchia, a detta dell’Osservatorio, è giungere a quota 6000.

Si tratta di militanti delle divisioni di Sultan Murad, un gruppo armato di ribelli attivo nella guerra civile siriana, supportato dalla Turchia e allineato con l’opposizione siriana, di Suleyman Shah e di al-Mu’tasim, una fazione affiliata all’Esercito Siriano Libero, una forza armata che mira a rovesciare il presidente siriano, Bashar al-Assad. Ankara, a detta dell’Osservatorio, garantisce a questi mercenari passaporto turco, incentivi e uno stipendio mensile pari a circa 2.000 dollari. 

In tale quadro, il 21 gennaio, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, ha affermato il proprio rifiuto all’invio di forze internazionali a Tripoli. In particolare, l’inviato ha affermato che, da un lato, il Paese non accetterebbe la presenza di forze straniere. Dall’altro lato, sembra che la comunità internazionale non sia pronta o intenzionata ad inviare truppe. Pertanto, una simile operazione militare non è ciò che, al momento, l’Onu sta cercando.

Salamé ha specificato che attualmente è necessaria soltanto la presenza di un numero ristretto di persone che monitori la situazione sul campo, e che, ancor più rilevante, è l’attuazione di un cessate il fuoco che possa condurre ad una tregua permanente. Per tale scopo, è stato ribadito dall’inviato, non è necessario che le Nazioni Unite inviino proprie truppe. Inoltre, Salamé ha affermato che un aspetto altrettanto importante sta nell’accordo tra le due parti in conflitto, circa la formazione di un comitato militare che negozi un armistizio. Infine, l’inviato ha rivelato che il comitato internazionale, volto a coordinare le operazioni intraprese a Berlino, si incontrerà probabilmente nella capitale tedesca a metà febbraio.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. Tra i partecipanti, anche Haftar e al-Sarraj, i quali, tuttavia non si sono seduti al tavolo delle discussioni ma hanno incontrato separatamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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