Libia: il blocco dei giacimenti come “dovere nazionale”, la NOC e Sarraj preoccupati

Pubblicato il 21 gennaio 2020 alle 10:18 in Africa Libia

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Dopo la crescente preoccupazione a seguito della chiusura dei giacimenti petroliferi nel Sud-Ovest della Libia, le forze affiliate all’Esercito Nazionale Libico (LNA) hanno dichiarato di volerli proteggere da aggressioni esterne. La National Oil Corporation, dal canto suo, ha dichiarato uno stato di forza maggiore.

I due giacimenti in questione sono quelli di al-Sharara e al-Feel, situati nei pressi della città costiera di Zawiya. Il primo è considerato il più grande del Paese, con una capacità produttiva pari 320.000 barili, mentre El-Feel è secondo e produce 70.000 barili. Questi sono stati bloccati, sin dal 19 gennaio, da gruppi affiliati al generale a capo dell’LNA, Khalifa Haftar, suscitando preoccupazioni circa la produzione di petrolio e le relative esportazioni. Tale azione ha assunto il nome di “movimento di rabbia di Fezzan” e ha preso avvio, a detta dei responsabili, dalla mancanza di interesse delle autorità libiche nella regione meridionale, oltre che da una mancata equità nella distribuzione della ricchezza petrolifera.

A tal proposito, il coordinatore del movimento di protesta, Bashir al-Sheikh, ha dichiarato che il blocco rappresenta un “dovere nazionale”, con cui si vuole denunciare l’assenza di condizioni di sicurezza e di servizi adeguati in un’area vitale per l’intera Libia. Non da ultimo, è stato denunciato come le entrate petrolifere vengano in realtà impiegate per pagare i salari dei mercenari russi impegnati nel conflitto libico. Altra richiesta è un freno all’ingerenza di Ankara.

Dal canto suo, il capo della sala operativa “Grande Sirte”, il generale Salem Driaq, secondo quanto riportato dal quotidiano arabo al-Arabiya il 21 gennaio, ha affermato che le attività dei giacimenti stanno procedendo regolarmente nei porti controllati dalle forze affiliate al generale Haftar, le quali mirano semplicemente a salvaguardarli da ingerenze ed aggressioni esterne. Il loro obiettivo, pertanto, non è minare la produzione petrolifera della Libia, né interferire nella gestione dei giacimenti, considerati fondamentali per il sostentamento della popolazione libica.

Non da ultimo, Driaq ha dichiarato che le attività di esportazione di petrolio sono state riprese, la produzione è aumentata negli ultimi tempi e la maggior parte delle installazioni petrolifere libiche sono operative. Il generale ha poi posto l’accento sull’impianto di polietilene di Ras lanuf, le cui attività sono riprese nel mese di ottobre 2019, dopo cinque anni di interruzione. Ciò, per Driaq rappresenta un risultato da non sottovalutare, raggiunto proprio dalle forze poste nell’area per proteggere questa e le altre strutture presenti.

In tale quadro, secondo quanto riferito altresì dall’agenzia di stampa Reuters, i prezzi del petrolio sono saliti al massimo, il 20 gennaio, rischiando di ridurre i flussi di greggio. Il greggio Brent LCO1 è salito dello 0,5%, raggiungendo i 66 dollari al barile. Il West Texas Intermediate CLc1 ha invece toccato i 59,73 dollari al barile. Si tratta delle cifre più elevate dal 9 e dal 10 gennaio.

Di fronte a tale scenario, la National Oil Corporation (NOC), ovvero la compagnia statale petrolifera della Libia, ha annunciato lo stato di forza maggiore per i giacimenti di al-Fil e al-Sharara, dopo che una simile azione, connessa alla sospensione dei lavori, era stata avviata a Brega, Ras Lanuf, Al-Harika, Zuaitina e Sidra.

Il presidente del Consiglio presidenziale libico, nonchè premier di Tripoli, Fayez al-Sarraj, in un’intervista con al-Jazeera ha affermato che la Libia rischia di dover affrontare una situazione catastrofica se le forze di Haftar continueranno a bloccare i giacimenti petroliferi. Tuttavia, si è detto speranzoso circa la presenza di pressioni straniere in grado di costringere Haftar a riaprire i porti. Allo stesso tempo, al-Sarraj ha dichiarato che non accetterà le richieste del generale dell’LNA circa la ridistribuzione delle entrate petrolifere.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 19 gennaio, diversi leader a livello internazionale si sono riuniti a Berlino per un meeting volto a discutere della crisi libica e di un’eventuale risoluzione. Tra i partecipanti, anche Haftar e al-Sarraj, i quali, tuttavia non si sono seduti al tavolo delle discussioni ma hanno incontrato separatamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel. I partecipanti hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

Nello specifico, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in una conferenza stampa tenutasi a margine dell’incontro, ha riferito che i tre percorsi concordati riguardano la sfera economica, politica e militare. A livello economico, l’attenzione sarà focalizzata sulle riforme relative sia alla Banca Centrale, sia alle altre istituzioni del Paese operanti nel campo. Sul versante militare, la parti hanno convenuto sulla formazione di un Comitato incaricato del monitoraggio e della supervisione del cessate il fuoco. I membri verranno designati, nei prossimi giorni, dalle parti impegnate nel conflitto e, nello specifico, da Haftar e al-Sarraj.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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