Iraq: continuano le manifestazioni, razzi vicino l’ambasciata USA

Pubblicato il 21 gennaio 2020 alle 9:03 in Iraq Medio Oriente

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Tre missili Katyusha sono stati lanciati, poco dopo la mezzanotte tra il 20 ed il 21 gennaio, nella Green Zone della capitale irachena Baghdad. Nel frattempo, la violenta ondata di proteste continua.

A detta delle forze di sicurezza locali, dei tre missili, due sono precipitati nei pressi del compound dell’ambasciata degli Stati Uniti, situato nella capitale irachena. Tuttavia, secondo quanto riportato, non vi sono state vittime, ma non sono stati specificati ulteriori dettagli nè sui mandanti nè sui reali obiettivi dell’attacco. L’agenzia di stampa Reuters ha dichiarato che tali missili sono stati lanciati dal distretto di Zafaraniyah, situato al di fuori della capitale. La Green Zone è, invece, un’area fortificata di Baghdad, sede di ambasciate sia di Paesi occidentali sia arabi, oltre a quartier generali ed edifici governativi. 

Parallelamente, la popolazione irachena, nella notte tra il 20 ed il 21 gennaio, ha continuato a protestare nelle piazze Tahrir e Tayran di Baghdad, oltre che in altri governatorati del Sud del Paese. La violenta ondata ha causato la morte di tre manifestanti e circa 100 feriti nella città meridionale di Nassiriya, a seguito degli scontri tra le forze dell’ordine ed i cittadini scesi in piazza. Questi hanno espresso sempre più rabbia di fronte al mancato rispetto della scadenza stabilita per determinare un nuovo premier, inizialmente fissata, dalla popolazione stessa, al 19 gennaio.

La capitale Baghdad e altre città meridionali hanno poi assistito alla morte di 6 iracheni, tra cui anche due agenti di polizia, oltre a diversi feriti. Nello specifico, 3 manifestanti sono morti nell’ospedale della capitale, a causa delle gravi ferite causate dagli spari della polizia antisommossa, nel quadro degli scontri verificatisi a piazza Tayran. Fonti locali hanno riferito che tra questi, 2 persone sono state ferite con proiettili, mentre la terza è stata colpita da una bomboletta di gas lacrimogeno. Il quarto manifestante morto è stato riportato nella città, considerata santa, di Kerbala. Scenari di violenza simili sono stati altresì vissuti a Najaf e Babilonia. A Kerbala, inoltre, un altro manifestante è stato ucciso nella mattina del 21 gennaio, a causa del perpetrarsi degli scontri con le forze dell’ordine, che hanno aperto il fuoco sui manifestanti. A riferirlo, il quotidiano arabo al-Arabiya.

Anche la città di Bassora ha assistito, il 20 gennaio, a notevoli tensioni. Il giorno successivo, il 21 gennaio, le forze di sicurezza sono riuscite a liberare le vie d’accesso verso il porto di Umm Qasr, precedentemente bloccate dai manifestanti. Qui, fonti di sicurezza hanno riferito che un’auto civile ha investito due agenti che si trovavano nella città per frenare le proteste, causandone la morte.

Secondo quanto richiesto dai movimenti di protesta iracheni, il nuovo governo dovrà essere guidato da una personalità indipendente ed il fine ultimo sarà porre fine al sistema di quote settarie. Tuttavia, le forze politiche al potere non sono state ancora in grado di trovare un accordo e, di conseguenza, la popolazione ha continuato a far sentire la propria voce.

La forte ondata di manifestazioni ha avuto inizio il primo ottobre 2019, quando i manifestanti sono scesi in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono più placate.

In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, tuttavia, non hanno ancora portato ad un risultato concreto. Ciò ha rallentato i processi decisionali relativi a decisioni e riforme di importanza rilevante per il Paese, sia sul piano politico sia economico, che necessitano dell’approvazione di un governo dai pieni poteri.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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