Libia, conferenza di Berlino: no alle armi nel Paese, tre i percorsi da seguire

Pubblicato il 20 gennaio 2020 alle 9:07 in Africa Libia

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I partecipanti alla conferenza di Berlino, tenutasi nella capitale tedesca il 19 gennaio, hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese, affermando altresì la necessità di rispettare l’embargo sulle armi ed intraprendere un percorso politico.

Nello specifico, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in una conferenza stampa tenutasi a margine dell’incontro, ha riferito che i tre percorsi concordati riguardano la sfera economica, politica e militare. A livello economico, l’attenzione sarà focalizzata sulle riforme relative sia alla Banca centrale sia alle altre istituzioni del Paese operanti nel campo. Sul versante militare, la parti hanno convenuto sulla formazione di un comitato volto al monitoraggio e alla supervisione del cessate il fuoco. I membri verranno designati, nei prossimi giorni, dalle parti impegnate nel conflitto e, nello specifico, dal generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, e dal presidente del Consiglio presidenziale, nonché premier del governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj.

Guterres ha poi rivelato che verranno indette consultazioni volte a favorire il ritorno sul percorso del processo politico e, non da ultimo, tutte le parti si sono impegnate a garantire la tutela dei civili ed il rispetto del Diritto internazionale umanitario, con la consapevolezza che una soluzione di tipo militare potrebbe soltanto aggravare ulteriormente la crisi. Infine, il Segretario generale ha invitato tutti i membri ad astenersi da qualsiasi ingerenza che possa alimentare il conflitto, e a rispettare a pieno l’embargo sulle armi.

Dal canto suo, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha affermato che la conferenza di Berlino ha creato un nuovo percorso, il quale rappresenta un barlume di speranza per la popolazione libica. L’obiettivo del meeting, a detta di Merkel, è stato fornire un contributo significativo agli sforzi già profusi dalle Nazioni Unite in Libia. Anche la cancelliera ha ribadito che una soluzione militare potrebbe acuire ulteriormente le sofferenze del popolo libico e che, pertanto, il Paese necessita di una risoluzione politica. A tal proposito, Merkel ha specificato che il comitato militare volto ad attuare il cessate il fuoco sarà composto da 5 membri dell’LNA e altri 5 del governo tripolino. I diversi partecipanti all’incontro, è stato altresì riferito, si sono impegnati a non fornire alcun tipo di sostegno alle parti impegnate direttamente nel conflitto, oltre a intraprendere un processo “vincolante” in grado di garantire una tregua e consentire al popolo libico di vivere in pace.

Le parole di Guterres e Merkel si basano su quanto rilasciato altresì nella dichiarazione finale della conferenza, firmata da 16 membri, tra Paesi e organizzazioni, in cui è stato richiesto un cessate il fuoco permanente ed è stato evidenziato come solo il dialogo possa porre fine al conflitto. Tra i diversi punti concordati, cessazione permanente delle ostilità, rispetto dell’embargo sulle armi, istituzione di comitati tecnici volti a garantire il rispetto della tregua e di commissioni che favoriscano il coordinamento a livello internazionale, non ingerenza negli affari interni da parte di attori esterni, colpevolizzazione dei trasgressori del Diritto internazionale. Non da ultimo, l’incontro di Berlino ha esortato tutti i partiti libici a porre fine al periodo di transizione e ad indire elezioni libere, inclusive ed eque. Queste dovranno portare alla formazione di un Consiglio presidenziale efficace e di un governo unito, inclusivo ed efficiente, approvato dalla Camera dei rappresentanti.

In tale quadro, il segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, ha riferito ai giornalisti che alla conferenza di Berlino sono stati compiuti progressi verso un cessate il fuoco definitivo in Libia. Pompeo si è altresì detto speranzoso circa la riapertura degli impianti petroliferi nell’Est della Libia, che hanno assistito ad un blocco in concomitanza con il vertice. Washington, ha affermato Pompeo, ha ribadito il proprio impegno nel favorire una soluzione politica al conflitto.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 12 dicembre scorso, Haftar aveva annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale aveva affermato che era giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non sarebbe terminata fino a quando non sarebbero state smantellate le “milizie armate”. Successivamente, il 13 gennaio, Haftar e al-Sarraj si sono recati a Mosca per firmare il primo accordo ufficiale volto a porre fine al conflitto libico. Tuttavia, il generale dell’LNA, dopo aver chiesto, al termine dei colloqui, ulteriore tempo per esaminare il patto, ha lasciato la capitale russa senza firmarlo. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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