Iraq: l’escalation delle proteste continua

Pubblicato il 20 gennaio 2020 alle 10:02 in Iraq Medio Oriente

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La capitale irachena Baghdad e altri governatorati del Sud del Paese hanno continuato ad assistere, nella notte tra il 19 ed il 20 gennaio, a scenari di violenza, in cui i cittadini hanno continuato ad occupare strade e piazze, chiedendo un nuovo governo.

Le due piazze principali di Baghdad, piazza Tahrir e piazza Tayran, sono state interessate, all’alba del 20 gennaio da violenti scontri tra le forze di polizia antisommossa, le quali hanno impiegato gas lacrimogeni e proiettili contro la folla di manifestanti. Migliaia di cittadini, tra cui anche giovani studenti, si sono poi radunati davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, chiedendo riforme volte a migliorare l’intero sistema scolastico. Tuttavia, diversamente dalla notte precedente, le rimanenti strade della capitale sembravano assistere ad una maggiore calma.

Sin dalla tarda serata del 19 gennaio, manifestanti e polizia sono stati protagonisti di un grande tumulto. Da un lato, le forze di sicurezza hanno inasprito le proprie misure e, come rivelato altresì da un portavoce delle forze armate irachene, il generale Abdul Karim Khalaf, il Consiglio di sicurezza nazionale ha autorizzato le forze dell’ordine ad arrestare coloro che bloccano le strade e le sedi dei dipartimenti governativi. Dall’altro lato, i gruppi di manifestanti, attraverso i propri portavoce e rappresentanti, continuano a sottolineare il carattere pacifico del proprio movimento, il quale mira ad invitare le autorità irachene ad impegnarsi per attuare riforme e contrastare la corruzione. Tuttavia, secondo alcuni, bloccare strade e edifici rappresenta un’azione riprovevole, e le proteste dovrebbero rimanere confinate nelle piazze, tra cui la piazza centrale di Baghdad, piazza Tahrir, simbolo del movimento di contestazione sin dal primo ottobre scorso.  

La recente escalation nasce dall’assenza di un esecutivo a Baghdad, e dalla scadenza termine ultimo per presentarlo, stabilito dagli stessi manifestanti per il 19 gennaio. Secondo quanto richiesto dai movimenti di protesta, il nuovo governo dovrà essere guidato da una personalità indipendente ed il fine ultimo sarà porre fine al sistema di quote settarie. Tuttavia, le forze politiche al potere non sono state ancora in grado di trovare un accordo e, di conseguenza, la popolazione irachena ha continuato a far sentire la propria voce.

Sin dal primo ottobre 2019, la popolazione irachena è scesa in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.  I manifestanti hanno da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e, all’8 gennaio, sono giunte al centesimo giorno.

In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, tuttavia, non hanno ancora portato ad un risultato concreto. Ciò ha rallentato i processi decisionali relativi a decisioni e riforme di importanza rilevante per il Paese, sia sul piano politico sia economico, che necessitano dell’approvazione di un governo dai pieni poteri.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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