Yemen: uno degli attacchi più letali degli ultimi 5 anni

Pubblicato il 19 gennaio 2020 alle 9:06 in Medio Oriente Yemen

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Il gruppo di ribelli sciiti Houthi ha condotto un attacco missilistico, nella tarda serata del 18 gennaio, contro un accampamento militare situato nell’Ovest dello Yemen, causando la morte di almeno 70 soldati yemeniti ed il ferimento di altri 50.

A riferirlo, il quotidiano arabo al-Arabiya, il quale ha specificato che la base di addestramento militare colpita è situata a Ma’rib, città petrolifera posta a circa 170 chilometri a Est di San’a, nell’Ovest dello Yemen. Secondo quanto riferito da fonti mediche e militari, il 19 gennaio, l’attacco è stato condotto con missili lanciati da droni, diretti contro un magazzino ed una mosche della base, dove i soldati stavano eseguendo la preghiera della sera. Le medesime fonti hanno altresì riferito che il personale ucciso includeva membri della Quarta brigata della guardia presidenziale e dell’aeronautica. A detta di al-Arabiya, si tratta di uno degli attacchi più letali verificatisi in Yemen negli ultimi cinque anni.

Il quotidiano al-Jazeera English ha riportato che tale ultimo episodio si colloca nel quadro di un’escalation in cui sia i ribelli Houthi sia le forze governative stanno provando ad avvicinarsi alla capitale Sana’a. A tal proposito, il 18 gennaio, le forze della coalizione internazionale a guida saudita hanno lanciato una serie di missili a Est si Sana’a, causando, a detta degli ufficiali presenti sul posto, almeno 22 vittime per entrambe le fazioni.  

In tale quadro, successivamente all’attacco, il centro media delle forze armate yemenite ha dichiarato: “L’attacco di Ma’rib aumenterà la nostra fermezza e perseveranza”, specificando di essere impegnate in una battaglia contro le “milizie sostenute dall’Iran”. Il presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, ha definito l’attentato “un’operazione terroristica codarda”, affermando che le milizie Houthi cercano, in realtà, solo morte e distruzione.

Lo Yemen continua ad assistere ad una perdurante guerra civile, scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

“Non possiamo escludere la possibilità che questo sia parte della vendetta per l’omicidio di Soleimani”, ha dichiarato il direttore del Dipartimento di sicurezza e difesa del Gulf Research Center, Mustafa Alani, riferendosi all’attacco del 18 gennaio, il quale ha ricordato che i leader delle milizie Houthi si sono detti più volte pronti a vendicarsi della morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, del 3 gennaio scorso.

Un analista militare, Yahya Abu Hatem, ha espresso la sua opinione, secondo cui il Paese sta affrontando attualmente una “battaglia decisiva”, nata dalle pressioni esercitate dalle Nazioni Unite, le quali spingono a riprendere i colloqui di pace. A tal proposito, Alani, del Gulf Research Center, ha affermato che gli Houthi potrebbero essere propensi a sedersi al tavolo dei negoziati, ma prima devono dimostrare le proprie capacità e la propria forza militare, causando danni e perdite. “Se sei forte nel campo, sarai forte al tavolo delle trattative” è stato affermato dal direttore, il quale ha aggiunto che si prevede che le vittime del 18 gennaio siano prevalentemente yemenite, in quanto i soldati sudanesi e sauditi, membri della coalizione internazionale, si trovano in altre basi del Paese.

È del 5 novembre scorso un accordo considerato un segnale positivo verso una possibile risoluzione del conflitto, il cosiddetto accordo di Riad. L’obiettivo principale è stato porre fine alla lotta al potere nel Sud del Paese e ai combattimenti che hanno interessato le aree meridionali dal 7 agosto scorso, quando violenti scontri hanno avuto inizio nella città di Aden, capitale provvisoria e sede governativa, per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali. Da un lato, vi erano le guardie presidenziali. Dall’altro, le forze secessioniste, rappresentate dal Consiglio di transizione meridionale. Fin dalla sua ratifica, l’accordo è stato considerato una mossa positiva per riportare la felicità e la pace di cui un tempo godeva lo Yemen. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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