Libano: le proteste causano 370 feriti, Hariri: “Basta perdere tempo”

Pubblicato il 19 gennaio 2020 alle 18:18 in Libano Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I manifestanti libanesi si sono nuovamente riversati per le strade della capitale Beirut, domenica 19 gennaio, dirigendosi, in particolare, verso la sede del Parlamento. Nel frattempo, è giunto il bilancio delle vittime causate dagli scontri, verificatisi sin dal giorno precedente, il 18 gennaio, tra i cittadini scesi in piazza e le forze dell’ordine.

Nello specifico, i soccorritori accorsi nella sera del 18 gennaio hanno affermato di aver prestato assistenza a 370 feriti. Si tratta della cifra più elevata mai raggiunta dal 17 ottobre 2019, data di inizio del movimento di protesta, il quale non aveva mai assistito a scene di violenza simili. Anche la Croce Rossa locale ha confermato il bilancio, specificando che sono state 220 le persone curate sul posto, nella giornata del 18 gennaio, e altre 80 sono state portate in ospedale. La Protezione civile ha riferito di aver soccorso altre 114 persone e di aver portato 43 persone in ospedale. Le forze di sicurezza interna hanno invece dichiarato che 142 poliziotti sono rimasti feriti.

Da un lato, i manifestanti, urlando “Rivoluzione!”, hanno lanciato pietre, segnali stradali, rami e altri oggetti contro le forze dell’ordine. Dall’altro lato, la polizia antisommossa ha fatto uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere la folla, come riferito altresì da Human Rights Watch. Uno dei manifestanti sceso nuovamente per le strade di Beirut il 19 gennaio, parlando a nome di tutti, ha affermato che la popolazione libanese non ha paura e che continuerà a farsi sentire fino a quando non si porrà fine alla fase di stallo politico e alla crisi economica. “Il Paese è congelato. Lo Stato non sta facendo nulla, sono un mucchio di ladri. E se hai soldi in banca, non puoi nemmeno ottenere un centinaio di dollari” sono state le parole del manifestante.

La popolazione libanese è scesa in piazza, pacificamente, a partire dal 17 ottobre, chiedendo le dimissioni del governo, una nuova legge elettorale ed elezioni anticipate, con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Uno dei risultati è stato rappresentato dalle dimissioni del premier Saad Hariri, del 29 ottobre scorso, cui hanno fatto seguito settimane di attesa per una personalità indipendente in grado di assumere la guida del governo. Da quando il presidente, Michel Aoun, il 19 dicembre, ha conferito ad un ex ministro dell’Istruzione, Hassan Diab, l’incarico di formare un nuovo governo per il Paese, sono state avviate le consultazioni con i diversi attori del panorama politico. Tuttavia, diversi sono gli ostacoli presentatisi sia all’interno delle alleanze sia tra le piazze, e le forze politiche non sono state in grado di trovare un accordo sul nuovo esecutivo o su un piano di salvataggio.

Dal canto suo, la popolazione si è detta determinata a proseguire fino a quando non saranno soddisfatte le sue richieste e fino a quando Beirut non vedrà il leader auspicato, nonché tecnocrati imparziali in grado di affrontare le crescenti problematiche a livello economico. Parallelamente, i manifestanti contestano anche alcune misure intraprese in ambito economico e lamentano una diminuzione del potere d’acquisto.  Le banche libanesi ancora attive hanno imposto un pacchetto di misure per gestire la crisi finanziaria, tra cui la delimitazione di un massimale per il prelievo di dollari, pari a circa 1000 dollari mensili. Mentre il tasso di cambio ufficiale è ancora fissato a 1507 sterline rispetto al dollaro, il dollaro ha toccato la soglia di 2500 sterline nel mercato parallelo. Il valore della lira libanese è dunque diminuito nel mercato parallelo e la carenza di valuta forte ha causato l’aumento dei prezzi e ha influito sulla fiducia nel sistema bancario.

In tale quadro, l’ex premier Saad Hariri, il 19 gennaio, alla luce della violenza manifestatasi la notte precedente, ha esorato le forze politiche a trovare un accordo per il nuovo esecutivo di Beirut, oltre a soluzioni alla crisi economica. Per Hariri, un modo per placare “la tempesta popolare” esiste, ma non bisogna più perdere tempo. “Coinvolgere in scontri l’esercito, le forze di sicurezza e i manifestanti significa aggirare il problema” sono state le parole dell’ex primo ministro.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.