Libia: ONU propone missione di monitoraggio del cessate il fuoco

Pubblicato il 18 gennaio 2020 alle 7:15 in Africa Libia

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Le Nazioni Unite hanno proposto di istituire una missione di monitoraggio in Libia per assicurare che il cessate il fuoco nel Paese nordafricano venga rispettato. La decisione dell’ONU è stata annunciata nonostante il comandante dell’Esercito Nazionale Libico, il generale Khalifa Haftar, abbia deciso di non firmare l’accordo ufficiale per porre fine al conflitto in Libia. Convenuto a Mosca, il 13 gennaio, per incontrare il premier di Tripoli, Fayez al-Serraj, Haftar ha rifiutato di firmare l’intesa chiedendo ulteriore tempo prima di una decisione definitiva. Le parti, dunque, attendono di partecipare alla prossima conferenza, prevista a Berlino il 19 gennaio, per capire gli sviluppi futuri.

La conferenza di Berlino è un incontro promosso dalla Germania per discutere della situazione in Libia e favorire una possibile de-escalation. Il vertice prevede la partecipazione di diversi attori internazionali e le Nazioni Unite si occuperanno di presiedere la discussione. Secondo quanto dichiarato dalle parti, tutti coloro che sono impegnati direttamente o indirettamente nel conflitto dovranno svolgere un ruolo rilevante nel favorire una risoluzione. Il fine ultimo, a detta della cancelliera tedesca Angela Merkel, sarà rendere la Libia un Paese sovrano e pacifico. Si prevede che almeno dieci Paesi parteciperanno all’incontro, ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, accanto a Germania, Turchia, Italia, Egitto, Algeria, Emirati Arabi Uniti e Repubblica del Congo. Vi saranno altresì rappresentanti delle Nazioni Unite, e della missione in Libia, dell’Unione Europea, dell’Unione Africana e della Lega Araba. Tra gli esclusi, Tunisia e Qatar.

A seguito del suo incontro con Haftar del 16 gennaio a Bengasi, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha affermato che il generale dell’LNA, oltre a dichiarare la propria disponibilità a partecipare all’incontro del 19 gennaio, si è detto disposto a raggiungere una tregua nella capitale Tripoli e nel Paese, garantendo, in tal modo, il successo della conferenza. Di fronte a tale affermazione, la Merkel ha sottolineato che ciò rappresenta un buon messaggio, ma che l’aspetto principale su cui concentrarsi sarà il ritorno all’embargo sulle armi.

Il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha esortato la comunità internazionale a fornire un “forte sostegno” all’incontro del 19 gennaio, ed ha invitato le diverse parti coinvolte nel conflitto a porre fine alle ostilità. Secondo quanto rivelato, saranno sei gli assi cardine intorno a cui ruoteranno le discussioni. In primis, un freno alle azioni di aggressione ed un cessate il fuoco permanente. A questi si aggiungerà la corretta esecuzione ed applicazione dell’embargo sulle armi, una riforma economica ed un’altra relativa alla sicurezza, il ritorno al processo politico e il rispetto del Diritto umanitario e dei diritti umani. Non da ultimo, il Segretario generale ha sottolineato che il fine della conferenza di Berlino sarà unire la comunità internazionale e fornire le condizioni necessarie per un dialogo “libico-libico”, in grado di porre fine al conflitto attraverso una risoluzione politica. A tal proposito, Guterres ha criticato qualsiasi forma di ingerenza esterna, la quale porta ad un peggioramento della situazione e mina gli sforzi profusi sino ad ora a livello internazionale.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 12 dicembre scorso, Haftar aveva annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale aveva affermato che era giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non sarebbe terminata fino a quando non sarebbero state smantellate le “milizie armate”.

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Chiara Gentili

di Redazione

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