Libia: il giorno prima di Berlino, tra dubbi e proteste

Pubblicato il 18 gennaio 2020 alle 10:34 in Africa Libia

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Le comunità locali della Libia orientale, il 17 gennaio, hanno preso d’assalto i porti destinati all’esportazione di petrolio e hanno annunciato la chiusura dei terminali di Zueitina, situati nell’Est del Paese, con conseguente blocco delle esportazioni a partire dal 18 gennaio.

Per il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, il quale esercita controllo proprio su tali aree, si tratta di un “grande passo”, intrapreso dal popolo libico stesso. A riferirlo, il portavoce ufficiale dell’LNA, Ahmed al-Mismari, il quale ha altresì aggiunto che le proprie forze proteggeranno la popolazione libica e non consentiranno a nessuno di minacciarla. Di fronte all’accaduto, la National Oil Company (NOC), ovvero la compagnia petrolifera nazionale della Libia, ha duramente condannato quanto verificatosi e ha messo in guardia dalle possibili conseguenze negative che potrebbero derivarne. A detta del presidente della NOC, Moustafa Sanalla, il settore petrolifero e del gas è “vitale” per l’economia libica, in quanto è la “singola fonte di reddito per il popolo libico”. Pertanto, le strutture petrolifere appartengono alla popolazione libica e “non sono carte da giocare per risolvere questioni politiche”.

Da un lato, si tratta di un blocco di quella che è stata definita la “mezzaluna di petrolio”, che consiste in una serie di hub di esportazione posti lungo la costa Nord-orientale della Libia, sotto il controllo di Haftar dal 2016. In questo modo, si ostacola una delle fonti principali di introiti del Paese, sebbene, come dichiarato dal capo della tribù orientale di Zouaya, lo scopo sia “prosciugare le fonti di finanziamento del terrorismo” derivanti dalle entrate petrolifere. Non da ultimo, le tribù hanno anche richiesto la chiusura “immediata” degli oleodotti di Mellitah, Brega e Misurata. Tuttavia, un ingegnere di Zueitina ha affermato che il terminal sta ancora ricevendo petrolio e una petroliera è entrata il 17 gennaio stesso. È stato altresì rivelato che tale porto di solito carica circa 14 petroliere al mese e riceve altresì metaniere.

Dall’altro lato, l’episodio è giunto a due giorni di distanza dalla cosiddetta “conferenza di Berlino”, prevista per il 19 gennaio, in cui diversi attori del panorama internazionale si riuniranno per provare a trovare una risoluzione alla crisi e al conflitto libici. I responsabili del blocco dei terminali sono tribù locali vicine ad Haftar, le quali hanno agito in segno di protesta, a seguito dell’intervento della Turchia a fianco del governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). Tuttavia, alcuni temono che la loro mossa possa minare gli sforzi profusi e da profondere all’incontro del 19 gennaio.

A tal proposito, il quotidiano arabo Libya al-Ahrar ha rivelato, il 17 gennaio, che il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, nonché premier, Fayez al-Sarraj, potrebbe non recarsi a Berlino ed inviare semplicemente una delegazione del GNA. Tale notizia, a detta del quotidiano, è giunta da fonti speciali del governo stesso. Ciò giunge dopo che il Ministero degli Affari Esteri di Tripoli ha chiesto all’ambasciata tedesca in Libia di invitare sia la Tunisia sia il Qatar alla conferenza di Berlino. A detta del ministero tripolino, Tunisi, oltre a condividere confini con i territori libici, ha accolto migliaia di rifugiati libici sin dall’inizio del conflitto e, pertanto, la sua partecipazione a Berlino è rilevante. Sulla stessa scia, anche Doha rappresenta un attore considerato importante nel panorama libico, dato il sostegno ed il ruolo positivo svolto altresì nel corso della rivoluzione del 17 febbraio.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 12 dicembre scorso, Haftar aveva annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale aveva affermato che era giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non sarebbe terminata fino a quando non sarebbero state smantellate le “milizie armate”. Successivamente, il 13 gennaio, Haftar e al-Sarraj si sono recati a Mosca per firmare il primo accordo ufficiale volto a porre fine al conflitto libico. Tuttavia, il generale dell’LNA, dopo aver chiesto, al termine dei colloqui, ulteriore tempo per esaminare il patto, ha lasciato la capitale russa senza firmarlo. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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