Visita “storica” di Xi Jinping in Myanmar

Pubblicato il 17 gennaio 2020 alle 18:12 in Cina Myanmar

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Il presidente cinese Xi Jinping è arrivato in Myanmar, il 17 gennaio, dove porterà avanti 2 giorni di colloqui per lo sviluppo di progetti infrastrutturali previsti dalla Belt and Road Initiative. 

Il presidente del Myanmar, Win Myint, ha dichiarato che si tratta di una “visita storica e molto importante”. La consigliera di Stato, Aung San Suu Kyi, ha salutato Xi Jinping con una stretta di mano sui gradini del palazzo presidenziale, al suo arrivo, dopo l’accoglienza cerimoniale da parte del presidente. Gli analisti citati dall’agenzia di stampa Reuters sostengono che il rappresentante di Pechino cercherà di rilanciare i progetti infrastrutturali previsti dalla Belt and Road Initiative, un colossale progetto cinese noto anche come Nuova Via della Seta. Secondo quanto riferisce l’agenzia cinese, Xinhua, Xi Jinping e il consigliere di Stato del Myanmar hanno tenuto un cordiale discorso presso il palazzo presidenziale. I due leader hanno discusso delle relazioni Cina-Myanmar e, in generale, di questioni di reciproco interesse. 

La Cina è il secondo maggiore investitore in Myanmar, dietro solo a Singapore, secondo i dati della Banca Mondiale. Le esportazioni del Myanmar verso la Cina, il suo più grande partner commerciale, nel 2018 avevano raggiunto un valore di 5,5 miliardi di dollari, mentre le importazioni ammontavano a 6,2 miliardi di dollari. In occasione dell’arrivo del presidente cinese, centinaia di persone hanno costeggiato la strada dall’aeroporto al palazzo presidenziale, sventolando bandiere e cantando cori per Xi Jinping. “La Cina aiuta sempre il nostro Paese quando siamo in crisi o quando affrontiamo catastrofi naturali”, ha affermato Aye Aye Mu, insegnante locale. “Ci supportano sempre e ci inviano donazioni”, ha aggiunto. 

La Belt and Road Initiative è stata lanciata da Xi Jinping nel 2013 e punta a riconnettere, grazie a un ampio spettro di progetti infrastrutturali, l’Asia al continente africano, fino al Sud dell’Europa, come accadeva attraverso le antiche Vie della Seta, che passavano sia per terra sia per mare. L’intera iniziativa prevede la creazione di infrastrutture per 1 trilione di dollari. Il presidente cinese ne ha poi promessi ulteriori 124 miliardi durante il Belt and Road Forum sulla Cooperazione Internazionale tenutosi il 14 e 15 maggio 2017 a Pechino. Sono molti i Paesi che hanno già iniziato a partecipare attivamente al progetto, mentre altri lo vedono con sospetto ritenendo che possa essere una via per espandere l’influenza cinese fuori dai confini da Pechino e nasconda mire espansionistiche della Cina. 

Tali progetti rappresentano un’importante svolta per il Myanmar, che ha vissuto, per lungo tempo, un consistente isolamento a livello internazionale. Nel 1996 l’Unione Europea ha imposto le prime sanzioni economiche contro il Myanmar, dovute alle violazioni dei diritti umani portate avanti dai governi militari al potere. Di conseguenza, il Paese si è avvicinato alla Cina, che ha avviato un massiccio sfruttamento delle risorse naturali, di cui il Myanmar è ricchissimo. Tra queste vi sono: gemme, gas naturale, legname. Altri partner commerciali importanti rimasero la Thailandia e l’India. La sospensione per un anno delle sanzioni UE, a partire dal 23 aprile 2012, e la loro definitiva rimozione il 22 aprile 2013 ha permesso di includere il Myanmar tra i Paesi ad alto potenziale di crescita. L’embargo sulle armi, tuttavia, è rimasto in vigore. Oggi, il Paese è alla ricerca di capitali esteri e ha lanciato una politica economica di apertura con l’obiettivo di attrarre investimenti esteri. 

Tuttavia, rimane forte la pressione internazionale per la questione del trattamento della minoranza musulmana dei Rohingya. Tale popolazione non è mai stata riconosciuta ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove è stata vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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