USA-Iran: 11 soldati statunitensi feriti nell’attacco dell’8 gennaio

Pubblicato il 17 gennaio 2020 alle 9:02 in Iran USA e Canada

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Gli Stati Uniti avrebbero trattato 11 dei propri soldati per commozione cerebrale a seguito dell’attacco missilistico iraniano dell’8 gennaio, che aveva colpito una base irachena dove erano stanziate le forze armate statunitensi.

La notizia è stata riferita dal quotidiano Al-Jazeera English, il 17 gennaio, citando fonti dell’esercito degli Stati Uniti. Tali informazioni risultano inattese poiché, inizialmente, era stato dichiarato che nessun soldato era rimasto ferito. Al momento dell’attacco, la maggior parte delle 1.500 truppe statunitensi presso la base militare di al-Asad erano nascosti in bunker, previo avvertimento da parte dei propri superiori. “Nessun membro dell’esercito americano è stato ucciso nell’attacco iraniano dell’8 gennaio alla base aerea, ma molti sono stati trattati per i sintomi di commozione cerebrale dovuti all’esplosione e le loro condizioni sono ancora in fase di valutazione”, ha dichiarato il capitano Bill Urban, portavoce del comando centrale degli Stati Uniti, in una nota, il 16 gennaio. Per precauzione, alcuni membri del servizio sono stati trasferiti nelle strutture statunitensi in Germania o in Kuwait per “controlli ulteriori”, ha aggiunto. “Se ritenuti idonei al servizio, i membri dovrebbero tornare in Iraq”.

La situazione che ha portato all’attuale tensione tra Iran e Stati Uniti si è evoluta a partire dalla fine del 2019 ed è fortemente legata alla permanenza delle truppe internazionali in Medio Oriente. Il 31 dicembre 2019, centinaia di cittadini iracheni hanno preso d’assalto l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad per protestare contro la presenza di militari stranieri nel territorio nazionale. La violenta manifestazione anti-USA arriva a seguito di una serie di attacchi aerei effettuati da Washington, il 29 dicembre, contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. Questi hanno provocato circa 25 morti. Le Brigate di Hezbollah sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran e particolarmente attivo nel corso della guerra civile sia irachena sia siriana. I manifestanti del 31 dicembre hanno sventolato bandiere delle Forze di Mobilitazione Popolare, un gruppo paramilitare di cui le Brigate di Hezbollah rappresentano una ramificazione.

In una escalation delle violenze, il 3 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato un raid contro l’aeroporto di Baghdad, in cui il generale iraniano Qassem Soleimani è deceduto. Trump ha giustificato la propria decisione, ritenendo il generale era responsabile dell’uccisione di migliaia di statunitensi negli ultimi decenni. L’uomo, inoltre, a detta del presidente USA, stava pianificando nuovi attentati contro obiettivi statunitensi. Per tale motivo, necessitava di essere eliminato e, anzi, avrebbe dovuto “essere fatto fuori molti anni fa”.  Teheran ha chiesto immediatamente vendetta. “Ci vendicheremo di tutti coloro che sono coinvolti in questo assassinio”, sono state le parole del comandante della Quds Force e ministro iraniano della Difesa, Amir Hatami. “Tutti i nemici dovrebbero sapere che il jihad della resistenza continuerà con motivazione raddoppiata e una vittoria definitiva attende i combattenti nella guerra santa”, ha invece dichiarato il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei.

Il Parlamento iracheno, sempre il 5 gennaio, ha approvato una risoluzione con cui si chiede al governo di espellere le truppe straniere in Iraq, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran. “Il governo si impegna a revocare la sua richiesta di assistenza da parte della coalizione internazionale impegnata nella lotta contro lo Stato islamico, a causa della fine delle operazioni militari in Iraq e del raggiungimento della vittoria”, si legge nella risoluzione, in cui il governo iracheno viene altresì esortato ad impedire a forze straniere di utilizzare territori, acque o spazio aereo iracheni. Tuttavia, le risoluzioni parlamentari, diversamente dalle leggi, non sono vincolanti e la mossa necessiterà di una nuova legislazione per annullare l’accordo precedente.

Infine, l’8 gennaio, l’esercito iraniano ha effettuato una serie di attacchi missilistici contro obiettivi militari statunitensi in Iraq. Dopo una giornata di fermento, Trump ha assicurato che nessun cittadino statunitense ha perso la vita  negli assalti e ha annunciato che la risposta degli Stati Uniti saranno nuove sanzioni economiche contro l’Iran. Il presidente USA ha concluso le sue osservazioni dell’8 gennaio sulla crisi con Teheran con un messaggio al popolo iraniano: “Per il popolo e i leader dell’Iran, vogliamo che abbiate un futuro e un grande futuro, uno che meritate”, ha affermato Trump. “Uno di prosperità in patria e armonia con le nazioni del mondo. Gli Stati Uniti sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano”, ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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