Iraq: un nuovo venerdì di proteste

Pubblicato il 17 gennaio 2020 alle 12:00 in Iraq Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Gruppi di manifestanti iracheni hanno cominciato a radunarsi sin dalle prime ore di venerdì 17 gennaio presso le piazze del Paese, mentre i politici hanno minacciato di voler porre fine ai movimenti di protesta, anche militarmente.

Ancora una volta, tra i luoghi principali oggetto della forte ondata di mobilitazione, vi è piazza Tahrir, nel centro della capitale Baghdad. Qui i manifestanti si sono radunati sventolando le immagini di un’autorità religiosa suprema, l’Ayatollah Ali Sistani, guarito dopo un’operazione chirurgica, e considerato uno dei maggiori promotori dei movimenti di protesta, sin dal loro inizio, il primo ottobre 2019.

In tale data, la popolazione è scesa in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.  I manifestanti hanno da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e, all’8 gennaio, sono giunte al centesimo giorno.

In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, tuttavia, non hanno ancora portato ad un risultato concreto. Ciò ha rallentato i processi decisionali relativi a decisioni e riforme di importanza rilevante per il Paese, sia sul piano politico sia economico, che necessitano dell’approvazione di un governo dai pieni poteri.

Al momento, i manifestanti hanno sollevato slogan, in cui si oppongono ai tentativi di politicizzare le aree di protesta e hanno condannato le operazioni di violenza, aggressione e minaccia da parte delle autorità e delle forze dell’ordine contro i manifestanti pacifici. Non da ultimo, la popolazione ha ribadito la propria richiesta di eleggere una “personalità irachena competente ed indipendente”, in grado di guidare il nuovo governo a seguito di elezioni anticipate, ed è stato affermato che i partiti al potere stanno in realtà procrastinando le diverse operazioni per cercare di guadagnare tempo e favorire dei “candidati corrotti”.

I movimenti di protesta interessano non solo la capitale Baghdad ma anche altri governatorati, tra cui Kerbala, Dhi Qar, Nassiriya e Bassora. In tale quadro, un ex vice primo ministro, Baha Araji, ha avvertito dell’esistenza di una decisione politica volta a porre fine alle proteste popolari. Nel corso di un’intervista con un canale satellitare iracheno, Araji ha affermato che vi sono forze che stanno considerando varie opzioni per porre fine alle manifestazioni, inclusa una soluzione militare. Parallelamente, è stato affermato che il popolo non ha fiducia nelle forze politiche al potere, a causa di quanto svolto negli ultimi anni e di quelle azioni che hanno trasformato l’Iraq in un’arena volta a “regolare conti”.

Il riferimento è alla crescente tensione tra Stati Uniti e Iran, segnata da episodi che hanno coinvolto anche l’Iraq. In particolare, nelle prime ore dell’8 gennaio, Teheran ha condotto un attacco contro due basi irachene che ospitano truppe statunitensi, situate nei governatorati di al-Anbar ed Erbil. Il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena ha causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Successivamente, il 29 dicembre, l’esercito degli USA ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.