Haftar tra tregua e cessate il fuoco. Che differenza c’è?

Pubblicato il 17 gennaio 2020 alle 13:11 in Africa Libia

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Il generale Khalifa Haftar, capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e uomo forte del governo di Tobruk, nella serata di giovedì 16 gennaio, ha dichiarato di essere pronto a partecipare alla Conferenza di Berlino al fine di avviare una riconciliazione politica con il governo di Tripoli. Nello specifico, secondo quanto riportato dal ministro degli Esteri tedesco, Haiko Maas, in visita a Bengasi per colloquiare con Haftar, il generale libico avrebbe altresì intenzione di rispettare l’accordo di cessate il fuoco. È una buona notizia, giacché accettare il cessare il fuoco, per l’Italia, è meglio di una tregua.

I media parlano di “tregua” e “cessate il fuoco” come se fossero sinonimi. In realtà, seppur simili, tali espressioni hanno significati differentidal punto di vista legale. Al fine di comprenderne il corretto utilizzo, occorre fare una distinzione tra: tregua, cessazione delle ostilità, cessate il fuoco e armistizio.

La “tregua” è un’interruzione informale dei combattimenti. Generalmente, viene concordata a livello locale e tende ad essere breve e temporanea. Indire una tregua non significa che le parti che l’hanno concordata vogliano porre fine al conflitto. Ad esempio, una tregua si ha quando due comandanti di schieramenti nemici concordano, sotto bandiera bianca, di evacuare i feriti dalla battaglia.

Il “cessate il fuoco”, invece, ha un valore diverso. Si tratta di un accordo negoziato tra le parti coinvolte per “cessare” le ostilità e intraprendere azioni per calmare la situazione, come il ritiro delle armi, la demarcazione di una linea verde o la demilitarizzazione di un determinato territorio per separare le forze opposte. Anche se i cessate il fuoco sono concepiti per essere obbligatori, generalmente hanno una durata specifica e rimangono in vigore anche in caso di violazioni. In sintesi, non pongono fine a un conflitto, ma lo mettono ufficialmente in pausa.

La “cessazione delle ostilità” costituisce una condizione più ampia e formale della tregua ma, allo stesso tempo, non ha lo stesso valore di un accordo di cessate il fuoco. Una cessazione delle ostilità viene indetta quando una o entrambe le parti coinvolte in un conflitto dichiarano che interromperanno i combattimenti, generalmente, al fine di avviare un processo di pace. Tuttavia, questa condizione, oltre a essere provvisoria e non obbligatoria, in casi di conflitti complessi, come ad esempio la guerra civile in Siria in cui sono più di due parti nemiche a scontrarsi, potrebbe applicarsi soltanto ad alcuni oppositori.

L’armistizio, infine, costituisce un accordo formale che determina la fine delle operazioni militari nell’ambito di un conflitto, in maniera permanente. Un armistizio mette il punto ad una guerra, ma non stabilisce la pace che, invece, necessita di un trattato specifico che sia negoziato e ratificato da tutte le parti coinvolte. In altre parole, nell’ambito di un armistizio, le parti si impegnano a smettere di cercare di prevalere le une sulle altre sul campo di battaglia.

Alla luce di questa classificazione, dal momento che, in Libia, la Turchia e la Russia hanno proposto un accordo di cessate il fuoco, parlare di una tregua non è propriamente corretto. Come spiegato sopra, il cessate il fuoco è un vero e proprio accordo strutturato in più punti, che obbliga le parti firmatarie a rispettarlo. L’auspicio è che, in occasione della conferenza di Berlino del 19 gennaio, Haftar firmi l’accordo, permettendo l’avvio di una riconciliazione politica che porti alla normalizzazione della situazione in Libia dopo nove lunghi anni di instabilità e scontri.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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