Sudan: dopo il tentato golpe e 2 vittime accertate, il Paese torna alla “normalità”

Pubblicato il 16 gennaio 2020 alle 14:15 in Africa Sudan

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In Sudan, la situazione è tornata alla normalità dopo che alcuni ex agenti di sicurezza avevano provato a prendere il controllo del quartier generale dell’intelligence di Khartoum. La rivolta armata ha provocato almeno 2 morti e circa 4 feriti, di cui due poliziotti. Durante una conferenza stampa, mercoledì 15 gennaio, il generale Abdel-Fattah Burhan, capo del Consiglio sovrano di transizione, ha dichiarato: “La vita è tornata alla normalità dopo il pesante confronto”. L’aeroporto della capitale e lo spazio aereo del Paese, chiusi per diverse ore, sono stati riaperti. Il Ministero del Petrolio sudanese, da parte sua, ha annunciato che anche la produzione petrolifera è stata ripresa in due impianti che erano stati occupati dai ribelli.

La rivolta aveva paralizzato la vita cittadina in diverse parti della capitale, martedì 14 gennaio. Diversi video circolati sui social media hanno mostrato il vasto dispiegamento delle forze di sicurezza a Khartoum e gli intensi scontri a fuoco. “Le forze armate non consentiranno che avvenga un colpo di stato”, ha detto Burhan, aggiungendo che “è una vergogna che le armi vengano alzate in faccia alle persone”. Dopo aver tentato di persuadere gli ex agenti di sicurezza ad abbassare le armi, i soldati dell’esercito hanno preso d’assalto gli edifici dell’intelligence cercando di riprendere il controllo del quartier generale “usando la minima quantità di forza possibile”, ha detto il generale Mohamed Othman al-Hussein, capo di stato maggiore dell’esercito sudanese.

Il tentato golpe è stato realizzato a seguito delle insoddisfacenti condizioni di liquidazione concesse agli ex agenti dei servizi di sicurezza. Dalla caduta dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile 2019, il Sudan ha avviato diverse riforme per riorganizzare le sue forze armate. Il programma prevede lo smantellamento di un ramo dell’agenzia di intelligence e la sua fusione con l’unità paramilitare delle Forze di Supporto Rapido, una misura che ha reso infelici molti ex agenti, alcuni dei quali sono stati licenziati senza ricevere, a loro avviso, un compenso adeguato.

Il primo ministro sudanese, Abdallah Hamdok, ha descritto l’ammutinamento di martedì come un esempio di “discordia” volta a “interrompere la transizione della nazione verso la costruzione di una solida democrazia”. La rivolta, che rivela le tensioni all’interno dell’apparato di sicurezza del Sudan, pone una dura sfida agli obiettivi democratici di sviluppo economico del nuovo governo. “Il Sudan deve capire come smantellare le forze di sicurezza e trattare con i loro membri”, ha detto l’analista politico residente al Cairo Saeed Sadek. “Sono potenti, in grado di creare una guerra civile e sovvertire la transizione”, ha aggiunto.

Sempre nella giornata di mercoledì 15 gennaio, Burhan ha poi annunciato le dimissioni del capo del Servizio Generale di Intelligence, Abu-Bakr Hassan Mustafa Dambalab. L’uomo avrebbe rassegnato le sue dimissioni per telefono e, secondo quanto dichiarato da Burhan, il Consiglio supremo di transizione starebbe valutando l’opportunità o meno del provvedimento.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

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Chiara Gentili

di Redazione

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