Libia: in attesa della conferenza di Berlino, tra accuse e speranze

Pubblicato il 16 gennaio 2020 alle 9:48 in Africa Libia

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Secondo quanto rivelato il 13 gennaio scorso, il prossimo 19 gennaio la Germania ospiterà la conferenza di Berlino, volta a discutere della crisi libica. Il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha specificato che saranno sei i pilastri oggetto di discussione.

Si tratta di un meeting, promosso dalla Germania, in cui diverse parti a livello internazionale si incontreranno per discutere della situazione in Libia e favorire una possibile de-escalation. Secondo quanto riportato, le Nazioni Unite presiederanno i colloqui nel corso dell’evento, ma tutti coloro impegnati nel conflitto dovranno svolgere un ruolo rilevante nel favorire una risoluzione. Il fine ultimo, a detta della cancelliera tedesca, Angela Merkel, sarà rendere la Libia un Paese sovrano e pacifico. Si prevede che almeno dieci Paesi parteciperanno all’incontro, ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, accanto a Germania, Turchia, Italia, Egitto, Algeria ed Emirati Arabi Uniti.

Da parte sua, Guterres ha esortato la comunità internazionale a fornire un “forte sostegno” all’incontro del 19 gennaio, ed ha invitato le diverse parti coinvolte nel conflitto a porre fine alle ostilità. Secondo quanto rivelato, saranno sei gli assi cardine intorno a cui ruoteranno le discussioni. In primis, un freno alle azioni di aggressione ed un cessate il fuoco permanente. A questi si aggiungerà la corretta esecuzione ed applicazione dell’embargo sulle armi, una riforma economica ed un’altra relativa alla sicurezza, il ritorno al processo politico e il rispetto del Diritto umanitario e dei diritti umani. Non da ultimo, il Segretario generale ha sottolineato che il fine della conferenza di Berlino sarà unire la comunità internazionale e fornire le condizioni necessarie per un dialogo “libico-libico”, in grado di porre fine al conflitto attraverso una risoluzione politica. A tal proposito, Guterres ha criticato qualsiasi forma di ingerenza esterna, la quale porta ad un peggioramento della situazione e mina gli sforzi profusi sino ad ora a livello internazionale.

In tale quadro, il 15 gennaio, la Turchia ha accusato gli Emirati Arabi Uniti (UAE)di aver ostacolato il raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco in Libia. Inoltre, a detta di Ankara, gli UAE e l’Egitto continuano a supportare militarmente il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, a cui si aggiunge il sostegno di Mosca, attraverso gruppi di mercenari. Secondo quanto affermato dal ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, la Turchia, dal canto suo, continuerà a porsi a fianco di Tripoli, sulla base di accordi precedentemente stabiliti.

Il ministro ha dichiarato che l’obiettivo del suo Paese è creare un equilibrio tra le parti coinvolte in Libia, per poi passare al processo politico, ma, allo stesso tempo, è pronto a rispondere in caso di attacco. In tale quadro, l’esercito di Tripoli, ha sottolineato Çavuşoğlu, è da considerarsi l’unico regolare. Le forze di Haftar, invece, ricevono forza soltanto grazie ai propri sostenitori e, secondo il ministro, non desiderano intraprendere il cammino verso una risoluzione politica, bensì militare.

Dal Ministero della Difesa turco, inoltre, sono giunte dichiarazioni secondo cui è prematuro affermare che l’accordo per il cessate il fuoco in Libia sia definitivamente crollato. A tal proposito, Ankara si è detta ancora speranzosa e pronta a continuare a profondere sforzi. Non da ultimo, si pensa che la conferenza di Berlino potrà portare a risultati tangibili. In tale quadro, nella sera del 15 gennaio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha discusso, tra le altre questioni, degli ultimi sviluppi del panorama libico con il suo omologo alla Casa Bianca, Donald Trump

Anche il capo del Consiglio supremo di Stato libico, Khaled al-Mishri, ha accusato gli Emirati per aver ostacolato il raggiungimento del cessate il fuoco, nel corso dell’incontro tenutosi a Mosca il 13 gennaio scorso. Secondo quanto rivelato, al meeting erano altresì presenti parti emiratine e, in particolare, l’incaricato d’affari dell’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti in Russia che, a detta di al-Mishri, ha rappresentato una delle parti oppostesi all’accordo.

Il 13 gennaio, Haftar e il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, nonché premier, Fayez al-Sarraj, si sono recati a Mosca per firmare il primo accordo ufficiale volto a porre fine al conflitto libico. Tuttavia, il generale dell’LNA, dopo aver chiesto, al termine dei colloqui, ulteriore tempo per esaminare il patto, ha lasciato la capitale russa senza firmarlo. L’incontro aveva visto la presenza dei ministri degli Esteri e della Difesa russi, Sergej Lavrov e Sergej Shoigu, e degli omologhi provenienti da Ankara, Mevlut Cavusoglu e Hulusi Akar. A detta di fonti russe, il punto di disaccordo ha riguardato lo scioglimento, lo smantellamento ed il disarmo delle milizie. In particolare, Haftar si è rifiutato di firmare il patto fino a quando non sarà stabilita una scadenza temporale precisa. 

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 12 dicembre scorso, Haftar aveva annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale aveva affermato che era giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non sarebbe terminata fino a quando non sarebbero state smantellate le “milizie armate”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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