Iraq: continua lo stallo politico, riforme a rischio

Pubblicato il 16 gennaio 2020 alle 11:10 in Iraq Medio Oriente

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Dopo essere stato coinvolto nelle ultime tensioni a livello internazionale e la forte ondata di proteste, l’Iraq continua a non vedere la nascita di un governo che possa essere in grado di attuare le riforme necessarie e risolvere questioni definite “spinose”.

Le proteste in Iraq hanno avuto inizio il primo ottobre 2019, quando la popolazione è scesa in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.  I manifestanti hanno da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e, all’8 gennaio, sono giunte al centesimo giorno.

In tale quadro, spinto dalle rivolte popolari, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, il 30 novembre 2019, si è dimesso. A partire da tale data, è stato costituito un governo “custode”, ovvero ad interim, e avviato consultazioni che, tuttavia, non hanno ancora portato ad un risultato concreto. Ciò ha rallentato i processi decisionali relativi a decisioni e riforme di importanza rilevante per il Paese, sia sul piano politico sia economico, che necessitano dell’approvazione di un governo dai pieni poteri.

Tra le principali, l’approvazione del bilancio 2020 che ancora non è stato presentato in Parlamento. In tal caso, il rischio maggiore è un rallentamento delle misure economiche e, di conseguenza, un deterioramento dell’economia del Paese. A ciò si aggiunge una fase di stallo anche per i contratti stabiliti con parti estere, relativi altresì a progetti rilevanti, minando, in tal modo, la fiducia di investitori esteri.

Un’altra questione lasciata, al momento, in sospeso riguarda la relazione sia politica sia economica con il Kurdistan, una regione divenuta indipendente con il referendum, non vincolante, del 25 settembre 2017. Parallelamente, dopo la morte del generale della Quds Force, il 3 gennaio, ed il clima di crescenti tensioni tra Washington e Teheran, secondo quanto riferisce al-Jazeera, sono aumentate altresì le voci di coloro che chiedono la formazione di una regione sunnita in Iraq, su modello del Kurdistan. Tale opzione viene considerata un modo per risolvere gran parte delle crisi vissute dal Paese. Tuttavia, secondo alcuni analisti, parte delle regioni centrali e meridionali irachene hanno un carattere tribale, talvolta fonte di contrasti e conflitti e l’opzione di creare regioni autonome rischierebbe di creare maggiori pericoli per il Paese, oltre ad una crescente divisione interna.

Sebbene l’Iraq disponga della quarta più grande riserva petrolifera, a detta del Fondo Monetario Internazionale, la maggior parte della popolazione, pari a circa 40 milioni, vive in condizioni di povertà senza un’adeguata assistenza sanitaria, istruzione, elettricità o altri servizi. Non da ultimo, i giovani criticano l’incapacità del governo di fornire posti di lavoro adeguati. Secondo la World Bank, la disoccupazione giovanile raggiunge circa il 25%. Non da ultimo, l’Iraq ha raggiunto un punteggio di 18 su 100 nella lista Paesi più corrotti al mondo, secondo i dati di Transparency International, dove 0 indica un alto livello di corruzione. Ciò è dovuto al fatto che circa 450 miliardi di dollari di fondi pubblici sono scomparsi dalla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, ovvero quattro volte il bilancio dello Stato e più del doppio del PIL dell’Iraq.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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