Esercito USA riavvia le operazioni in Iraq

Pubblicato il 16 gennaio 2020 alle 9:56 in Iraq USA e Canada

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L’esercito degli Stati Uniti ha ripreso le operazioni congiunte con l’Iraq, il 15 gennaio, a seguito di un’interruzione di 10 giorni iniziata a seguito di un attacco aereo statunitense non concordato che ha ucciso il comandante militare iraniano, Qassem Soleimani, a Baghdad.

La decisione di riavviare le operazioni militari è arrivata meno di 2 settimane dopo che il parlamento iracheno aveva votato per espellere tutte le forze straniere dal Paese, il 5 gennaio. Il governo aveva accusato gli Stati Uniti di aver violato la sovranità irachena effettuando, senza autorizzazione, l’attacco aereo che ha causato la morte di Soleimani, il 3 gennaio, insieme ad un leader di una milizia irachena e ad altre 8 persone. Nonostante tale situazione, secondo quanto riferisce il New York Times, 2 funzionari militari statunitensi, parlando in condizione di anonimato, il 15 gennaio hanno confermato che le operazioni congiunte USA-Iraq erano ricominciate. Secondo il quotidiano, le forze armate volevano riprendere le operazioni contro lo Stato Islamico il più presto possibile, per ridurre le possibilità di riorganizzazione del gruppo e soffocare qualsiasi vittoria propagandistica legata alla sospensione delle missioni. 

Non è chiaro il governo iracheno abbia approvato la ripresa di missioni congiunte, poiché la decisione di fermarle era arrivata dagli Stati Uniti. Il primo ministro ad interim dell’Iraq, Adel Abdul Mahdi, che aveva affermato che il suo governo avrebbe rispettato l’ordine del Parlamento di espellere le forze USA, sembrava aver ammorbidito la sua posizione, secondo il Times. In un discorso al suo gabinetto, pronunciato il 15 gennaio, ha suggerito che tale decisione dovrebbe arrivare dall’esecutivo e, in tale caso, sarebbe necessario seguire “una linea temporale appropriata”, suggerendo che qualsiasi partenza non sarebbe stata immediata. Inoltre, Mahdi ha ricordato ai ministri che “l’ISIS ha iniziato a riorganizzare e pianificare invasioni e attacchi”. Tuttavia, l’11 gennaio, il premier ad interim iracheno aveva chiesto al segretario di Stato USA, Mike Pompeo, di inviare delegati in Iraq per elaborare i dettagli di un eventuale ritiro delle truppe, secondo una dichiarazione rilasciata dal suo ufficio. Pompeo, da parte sua, si è rifiutato e ha dichiarato che la missione statunitense in Iraq era quella di addestrare le forze irachene a combattere lo Stato islamico, affermando: “continueremo quella missione”.

Le operazioni degli Stati Uniti in Iraq hanno fortemente alzato la tensione in Medio Oriente. Gli iraniani hanno effettuato una serie di attacchi missilistici, nelle prime ore dell’8 gennaio, in risposta all’uccisione del generale Qassem Soleimani, avvenuta a seguito del raid statunitense contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Di conseguenza, nel pomeriggio dell’8 gennaio, Trump ha annunciato nuove sanzioni economiche contro l’Iran in risposta agli attacchi missilistici dell’8 gennaio e ha assicurato che nessun cittadino statunitense ha perso la vita in tali offensive. Il presidente USA ha concluso le sue osservazioni dell’8 gennaio sulla crisi con Teheran con un messaggio al popolo iraniano: “Per il popolo e i leader dell’Iran, vogliamo che abbiate un futuro e un grande futuro, uno che meritate”, ha affermato Trump. “Uno di prosperità in patria e armonia con le nazioni del mondo. Gli Stati Uniti sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano”, ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti. 

A tale proposito, il 9 gennaio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un provvedimento che costringerebbe il presidente USA a chiedere l’autorizzazione al Congresso per intraprendere ulteriori azioni militari contro l’Iran. La mozione è stata approvata con 224 voti a favore e 194 contrari. Il provvedimento arriva in un momento in cui i democratici, che rappresentano la maggioranza alla Camera, insistono sulla necessità che il presidente coinvolga il Congresso nelle decisioni militari contro l’Iran, a seguito degli eventi del 3 gennaio. Il rischio di escalation è stato particolarmente alto e la tensione non è ancora del tutto diminuita. In tale contesto, i democratici vogliono assicurarsi un maggior controllo sulla situazione, che ha toccato punti di criticità molto alti. Tuttavia, i rappresentanti del partito repubblicano sostengono che i colleghi stanno mettendo in difficoltà il presidente, in un momento in cui dovrebbero mostrare compattezza e pugno forte contro il terrorismo.

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Maria Grazia Rutigliano  

 

di Redazione

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