Tunisia: il fragile equilibrio all’interno di Ennahda

Pubblicato il 15 gennaio 2020 alle 15:56 in Africa Tunisia

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Il segretario di Ennahda, Ali Larayedh, ha annunciato, martedì 14 gennaio, le dimissioni di suo figlio, Hichem Larayedh, e di uno dei membri del Consiglio della Shura, Zied Boumakhla, affermando che le ragioni per le quali i due uomini hanno deciso di abbandonare il partito non sono ancora state notificate. Hichem e Zied facevano parte della stessa generazione ed entrambi sono stati coinvolti nella crescita del partito fin da quando si trovavano nell’Unione generale tunisina degli studenti (UGTE), durante gli anni dell’Università. Ali ha espresso il suo sgomento e ha dichiarato di non avere la minima idea del perché i due membri del partito abbiano preso tale decisione. Ciononostante, ha promesso che proverà a dissuaderli in tutti i modi.

In seguito al rifiuto del Parlamento tunisino di dare la fiducia al governo di Habib Jemli, candidato di Ennahdha, i membri del partito islamista si sono mostrati piuttosto indignati. Immediatamente dopo la votazione, Abdellatif Makki, un membro di Ennahda contrario all’operato del presidente del Parlamento, Rached Ghannouchi, ha esclamato attraverso la sua pagina Facebook, riferendosi al capo dell’Assemblea: “Bravo, signor presidente del Parlamento!”.

Questi sono solo alcuni dei diversi segnali che mostrano l’esistenza di un’ampia fascia di dissenso all’interno del partito, animata dal desiderio di contrastare Ghannouchi, presidente del Parlamento ma anche leader di Ennahda, ritenuto responsabile della sconfitta nel voto di fiducia a causa delle sue scelte sbagliate, delle sue decisioni unilaterali e delle sue pressioni all’interno del partito. La maggior parte dei membri ribelli di Ennahda rimprovera a Ghannouchi il fatto di non aver mantenuto la parola data non avendo ancora nominato la commissione che si dovrebbe occupare della preparazione del prossimo congresso del partito. I dissidenti esortano il presidente a riparare al più presto a questa “omissione”.

L’istituzione di un’apposita commissione era stata decisa nell’ultima riunione del Consiglio della Shura, che aveva chiesto al presidente del partito di avviare le dovute misure al fine di riuscire a formare l’organo nell’arco di 3 o 4 mesi. Dato che Ghannouchi, secondo molti membri del partito, sembrerebbe non aver fatto nulla per soddisfare la richiesta del consiglio, alcuni non hanno esitato, sabato 11 gennaio, ad accusarlo di voler rimandare il congresso, per risparmiare tempo, visto che quasi sicuramente la maggioranza del partito potrebbe votare per la sua espulsione. Un altro esponente del partito vittima della rabbia dei dissidenti di Ennahda è l’attuale vice ed ex segretario generale del partito, Zied Laâdhari, che ha votato contro la volontà e le direttive del partito. Molti considerano questo atteggiamento un imperdonabile allontanamento dai principi di disciplina del partito, paragonabile a un tradimento del movimento, e chiedono la sua espulsione immediata. Ciò che ha fatto Zied è una novità tra le fila di Ennahdha, dove finora nessun membro aveva mai votato contro le direttive del partito. Al massimo, alcuni deputati si sono avventurati ad astenersi dal voto, quando non erano d’accordo su nessun argomento.

Il Parlamento tunisino ha respinto la fiducia al governo, proposto dal primo ministro Habib Jemli, dopo mesi di negoziazione politica tra le parti. Durante la sessione parlamentare, tenutasi il 10 gennaio, solo 72 dei 213 membri presenti hanno votato a favore del nuovo esecutivo. Il presidente tunisino, Kais Saied, eletto il 23 ottobre 2019, ha ora 10 giorni per designare un nuovo primo ministro. Se anche il nuovo candidato dovesse fallire nel formare il governo, il Parlamento si dissolverebbe e si andrebbe a nuove elezioni. 

Sono circa due mesi che la Tunisia attende un nuovo esecutivo. Al momento, il Paese ha ancora un governo provvisorio, guidato da Youssef Chahed. Sin dal mese di ottobre 2019, i diversi partiti politici seduti in Parlamento non sono riusciti a trovare un accordo volto a creare una coalizione, così da proporre un primo ministro e formare un nuovo esecutivo. Il rischio temuto da molti è legato a ritardi nell’attuazione di quelle riforme indispensabili a risanare l’economia del Paese, oltre che nella presentazione del bilancio. Jemli, sin dall’assunzione del mandato, il 15 novembre 2019, ha tenuto costanti consultazioni per sei settimane e si era detto intenzionato a formare un governo di personalità indipendenti, non legate ad alcun partito politico, viste altresì le difficoltà incontrate nel raggiungere un accordo con le diverse parti politiche. Il termine ultimo per la presentazione di un eventuale esecutivo era stato stabilito al 15 gennaio 2020.

Il governo uscente ha già attuato tagli per ridurre il deficit pubblico, ma il Fondo Monetario Internazionale e altri istituti di credito stranieri hanno più volte richiesto ulteriori riforme fiscali. Al contempo, i cittadini tunisini hanno mostrato il proprio malcontento verso i servizi pubblici del Paese, considerati peggiori rispetto al periodo pre-rivoluzione del 2011. Ciò ha portato la popolazione ad avere sempre meno fiducia nei confronti delle istituzioni e della classe politica al potere.

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Chiara Gentili

di Redazione

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