Sudan: ex agenti di sicurezza tentano colpo di Stato attaccando gli edifici dell’intelligence

Pubblicato il 15 gennaio 2020 alle 12:15 in Africa Sudan

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Alcuni ex agenti di sicurezza sudanesi hanno provato a prendere il controllo, nella serata di martedì 14 gennaio, del quartier generale dell’intelligence, costringendo i soldati dell’esercito ad aprire il fuoco. Dopo qualche ora di panico, le forze governative del Sudan sono riuscite a respingere il presunto colpo di stato e a riprendere la proprietà di tutti gli edifici dei servizi segreti. Secondo le dichiarazioni del generale Abdel Fattah al-Burhan, i responsabili del tentato golpe sarebbero alcuni degli ex ufficiali di sicurezza, legati al deposto presidente sudanese Omar al-Bashir, licenziati dal nuovo governo, attualmente presieduto dal primo ministro Abdalla Hamdok. L’agenzia di stampa Reuters afferma che gli ex agenti dei servizi segreti si sarebbero indignati per l’inadeguatezza dei pacchetti di liquidazione loro assegnati e avrebbero tentato di organizzare un’insurrezione contro lo Stato. Secondo quanto riportato dal quotidiano al Jazeera, invece, la ragione degli scontri risiederebbe nel rifiuto, da parte dei vecchi membri dei servizi di intelligence, di unirsi alle Forze di supporto rapido (Rsf), le truppe paramilitari del Paese. In tal senso, l’insurrezione rappresenterebbe una vendetta contro la decisione del nuovo governo di ricollocare gli uomini dell’intelligence e di ridimensionare il peso dell’agenzia.

In un discorso televisivo, al-Burhan ha affermato che non permetterà mai un colpo di stato. La violenza è scoppiata presso l’ufficio della direzione del servizio di intelligence generale, precedentemente noto come National Intelligence and Security Service (NISS), il potente braccio di sicurezza di al-Bashir. Alcuni ex membri della NISS, in uniforme militare, hanno istituito posti di blocco lungo una delle principali strade della capitale, Khartoum, e sono stati visti sparare colpi in aria nei pressi del quartier generale dell’intelligence. Non ci sono state notizie immediate di vittime. Le autorità sudanesi, tuttavia, hanno deciso di chiudere lo spazio aereo del Sudan per almeno 5 ore, come misura precauzionale. “Gli eventi sono sotto controllo. Rinnoviamo la nostra fiducia nella capacità delle forze armate di contenere la situazione”, ha scritto su Twitter il premier Hamdok.

Le manifestazioni in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento dell’ex presidente. Omar al Bashir è stato rimosso dal potere l’11 aprile, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate hanno più volte messo in pericolo la vita dei cittadini sudanesi.

Almeno 127 persone sono state uccise il 3 giugno 2019 durante la più violenta repressione degli agenti di sicurezza, volta a sopprimere un sit-in durato settimane davanti al Ministero della Difesa. Questi dati, al momento, sono riconosciuti solo dal Comitato Centrale dei Medici Sudanesi, mentre gli ufficiali delle forze armate di Khartoum rinnegano i numeri e danno stime molto più basse sul bilancio dei morti.

La milizia delle Forze di Supporto Rapido, comandata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, è ritenuta la principale responsabile delle violenze a danno dei manifestanti sudanesi. I suoi membri, molti dei quali facenti parte del deposto Consiglio Militare di Transizione, sono stati ampiamente accusati di aver orchestrato gli omicidi e di aver represso nel sangue proteste svoltesi perlopiù in maniera pacifica.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

Il 14 dicembre, l’ex presidente del Sudan, Omar al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione  per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare.

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Chiara Gentili

di Redazione

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