Spagna: tangenti all’Arabia Saudita per vendere armi

Pubblicato il 15 gennaio 2020 alle 6:30 in Arabia Saudita Spagna

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Quasi un decennio di indagini, prima in Lussemburgo e poi, negli ultimi sette anni, in Spagna, hanno portato allo scoperto quella che secondo il quotidiano madrileno El Mundo è la più grande rete di corruzione nello Stato spagnolo finora conosciuta. Perché la società pubblica Defex, sciolta dall’ultimo governo Rajoy di fronte all’impossibilità di sopravvivere allo scandalo, ha ammanchi per oltre 220 milioni di euro, che la magistratura ritiene spesi in tangenti. Di questi 220 milioni, oltre 100 sono stati scoperti relativamente di recente, nella fase finale di uno dei filoni d’inchiesta: quello su 11 contratti di vendita di armi all’Arabia Saudita. Inoltre, sono allo studio contratti con Angola, Egitto e Camerun.

La Procura anticorruzione di Madrid ha presentato la sua accusa per i contratti relativi all’Arabia, dove è a conoscenza di varie pratiche di corruttela nelle transazioni commerciali internazionali dal 2005 al 2014, ma con menzioni di un periodo molto più ampio, che inizia nel 1991.

L’Arabia Saudita è uno dei maggiori clienti spagnoli in vari settori, in particolare nelle infrastrutture  e nelle attrezzature di difesa. Ed è nelle vendite del materiale di difesa che lo Stato spagnolo “ha dispiegato pratiche molto oscure” – secondo la procura anticorruzione.

Il procuratore Conrado Sáiz, nella sua lettera indirizzata al giudice del tribunale nazionale José de la Mata, spiega che le indagini di questi anni hanno dimostrato che c’erano 11 contratti per cui venivano pagate tangenti a funzionari sauditi, tra cui ha sicuramente identificato l’attaché militare presso l’ ambasciata dell’Arabia Saudita a Madrid tra il 2005 e il 2014, Al Shamuary.

Tali pagamenti sono stati effettuati dalla Defex, non solo per ottenere contratti, come di consueto, ma anche per pagare commissioni per conto delle società private che siglavano contratti simili o dell’indotto nel corso degli anni.

La domanda che si pone la procura anticorruzione è: perché una società privata aveva bisogno di una società pubblica spagnola per pagare le tangenti agli arabi? La risposta, presunta, è che Defex ha deciso così e che la struttura corrotta è stata istituzionalizzata: sebbene non prendesse parte ai lavori, Defex intascava la sua parte da qualsiasi attività internazionale di esportazione di armi.

Defex, secondo la procura, ha consigliato alla società privata di ottenere la licenza di esportazione, ha ordinato il materiale dal fornitore, ha distribuito commissioni tra funzionari sauditi ed era responsabile della logistica del contratto.

Gli agenti che sono stati incaricati di indagare su questi 11 contratti, hanno scoperto un groviglio di società prestanome sparse in diversi paradisi fiscali il cui unico scopo poteva essere solo quello di deviare i fondi e fuorviare eventuali indagini. L’imprenditore privato coinvolto nello scandalo saudita è Álvaro Cervera, insieme a Manuel Iglesias Sarriá, José Ignacio Encinas e Ángel María Larumbe, ex responsabili di Defex.

È emerso dalle indagini, due società si siano appaltate gli 11 contratti: Nytel Global e IKE. La prima era già noto nel 2016, quando il quotidiano El Mundo ha svelato in un’inchiesta giornalistica come i capi di Defex avessero cercato di appropriarsi un contratto di 2,4 miliardi con lo stesso Stato spagnolo nel 2006. A quel tempo, il governo Zapatero stava cercando di vendere alcuni carri armati Leopard 2E direttamente all’Arabia Saudita , ma  laDefex pensava che l’esclusiva dovesse rimanere sua e non dell’esecutivo.

Per quanto riguarda gli 11 contratti che ora sono soggetti a procedimento giudiziario, la procura spiega che tre di questi sono stati ottenuti da Nytel e otto da IKE. E a quest’ultima, Defence Development, la compagnia dell’accusato Álvaro Cervera, ha chiesto che i soldi venissero deviati. E i soldi doveva deviarli Defex.

Ma grazie alla figura di Cervera, gli investigatori hanno scoperto che la frode è stata molto più grande di quanto finora noto: in seguito alle analisi dei registri e della documentazione in possesso dell’imprenditore, è stato scoperto che dal 1991 Cervera era l’agente di Defex in Arabia Saudita. E dal 1991 fino al 2016, Defex ha effettuato pagamenti per un valore di 100 milioni a varie società in paradisi fiscali.

L’elenco delle società in paradisi fiscali è lungo: Svizzera, Liechtenstein, Isole Vergini, Panama, Bahamas, Isola di Man, Isole Cayman, Delaware e Arabia Saudita stessa. In tutti i casi, i pagamenti sono stati effettuati in relazione ai contratti della Defex con l’Arabia Saudita e sempre, come al solito in questi casi, coperti da alcuni presunti servizi “intangibili”, come la consulenza, che sono difficili da verificare ed è normale che non si verifichino affatto. 

Gli 11 contratti oggetto delle indagini, nella maggior parte dei casi per la vendita di munizioni e pezzi di ricambio, rappresentavano un fatturato di circa 51 milioni di euro, quindi c’è ancora molto da indagare per scoprire i meccanismi che hanno permesso di deviare 100 milioni per 25 anni.

Nel processo per gli 11 contratti con l’Arabia Saudita, la deviazione di commissioni specifiche è di almeno quattro milioni di euro e sono state scoperte cinque società collegate a funzionari sauditi presumibilmente corrotti, oltre al succitato attaché militare.

Il procuratore Sáiz accusa otto persone e quattro società (compresa la stessa Defex) di cinque reati: corruzione nelle transazioni commerciali internazionali, crimine continuato di appropriazione indebita di denaro pubblici, riciclaggio di denaro, falsificazione di documenti e organizzazione a delinquere.

Per i principali imputati sono chieste pene per quasi 30 anni di carcere, oltre a multe milionarie, come una di 45 milioni di euro per Defex.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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