Israele inizia ad esportare gas verso l’Egitto

Pubblicato il 15 gennaio 2020 alle 15:31 in Egitto Israele

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Il Ministero del Petrolio e delle Risorse minerarie egiziano ha reso noto, il 15 gennaio, che le attività di pompaggio di gas naturale dal giacimento israeliano Leviathan hanno avuto inizio. Il gas ricavato verrà esportato in Egitto, sulla base di accordi precedentemente raggiunti.

Secondo quanto riferito dai Ministeri sia israeliano sia egiziano, si tratta di uno sviluppo rilevante che contribuirà a soddisfare gli interessi economici di entrambi i Paesi. Non da ultimo, Israele avrà la possibilità di trasportare gas naturale verso l’Europa, attraverso gli impianti di gas naturale liquefatto dell’Egitto. Secondo i rapporti della stampa, le società egiziane importano gas dall’estero e lo vendono nel mercato locale. Ora, però si spera che Il Cairo possa divenire un centro di energia a livello regionale, in grado di soddisfare non solo la fornitura di gas all’interno del Paese ma di produrne in eccesso, così da esportarlo.

Il giacimento da cui il gas verrà estratto è quello offshore chiamato Leviathan, le cui operazioni di pompaggio hanno avuto inizio il 31 dicembre scorso. Si tratta del maggior giacimento di gas israeliano, definito, nel 2010, la riserva di gas naturale più grande scoperta in un decennio. Si trova a circa 130 km ad Ovest della città portuale di Haifa, sul Mar Mediterraneo, ed è controllato da un consorzio di tre società, Noble Energy, Delek Drilling e Ratio. Sono state proprio queste a dichiarare, il 31 dicembre, che con l’inizio dei lavori, Israele diviene ufficialmente un esportatore rilevante di gas naturale, per la prima volta nella storia del Paese.

In tale quadro, risale al 19 febbraio 2018, l’“accordo storico” concluso da Israele, del valore di 15 miliardi di dollari, per la vendita di gas naturale all’Egitto. Le parti interessate sono la società israeliana Delek e la compagnia privata egiziana Dolphinus Holdings. I patti prevedono l’acquisizione, da parte dell’azienda egiziana, di 85 miliardi di metri cubi di gas in 15 anni, e si prevede che l’intesa continuerà fino all’adempimento dei termini previsti dal contratto o fino alla fine del 2030.

Successivamente, il 27 settembre 2018, un consorzio israelo-americano composto dalla compagnia americana Noble Energy ed il suo partner israeliano, Delek, insieme alla compagnia egiziana EMG, hanno acquistato il 39% di un oleodotto, precedentemente in disuso, che collega la città costiera israeliana di Ashkelon con la penisola del Sinai settentrionale. Il consorzio ha pagato 518 milioni di dollari per l’utilizzo del gasdotto dell’EMG.

I funzionari israeliani hanno definito l’accordo di febbraio 2018 il più importante da quando Egitto e Israele hanno firmato il trattato di pace del 1979. L’amministratore delegato di Delek, Yossi Abu, aveva precedentemente definito l’acquisto del gasdotto “la pietra miliare più significativa per il mercato del gas israeliano” ed il bacino di Leviathan “l’ancora principale per l’energia nel Mediterraneo”.

Il secondo maggiore giacimento di rilevante importanza per Israele è Tamar, situato a 90 km al largo della costa settentrionale di Israele. Le attività di pompaggio hanno avuto inizio nel 2013 e si stima che le sue riserve superino i 238 miliardi di metri cubici. Leviathan e Tamar, accanto ad altri due giacimenti, Karish e Tanin, le cui attività si prevede inizieranno nel 2021, costituiscono una ricchezza per un Paese, Israele, le cui risorse naturali sono spesso state ritenute non sufficienti a soddisfare le esigenze nazionali.

Un altro partner verso cui Israele ha volto lo sguardo è la Giordania. A tal proposito, il primo gennaio 2020, la compagnia Noble Energy, con base in Texas, ha cominciato le attività di pompaggio, consentendo al Regno hashemita di ricevere le prime forniture “sperimentali” di gas naturale provenienti dal giacimento israeliano di Leviathan. Tuttavia, ciò non ha incontrato completo consenso. Da un lato, il governo giordano considera l’accordo stipulato un modo efficace per garantire la stabilità dei prezzi dell’energia per il prossimo decennio, grazie al quale sarà altresì possibile risparmiare almeno 500 milioni di dollari all’anno. Ciò risulta essere di estrema importanza in un Paese segnato da un deficit di bilancio cronico. Dall’altro lato, la popolazione del Regno hashemita ritiene che l’accordo vada contro la sua volontà e, come accaduto anche il 3 gennaio, il 10 gennaio è scesa in piazza in segno di protesta. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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