Iran smentisce accuse contro Soleimani: non stava pianificando attentati in Bosnia

Pubblicato il 15 gennaio 2020 alle 17:30 in Balcani Iran

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L’ambasciata dell’Iran di Sarajevo ha smentito le accuse avanzate da alcune testate giornalistiche bosniache in merito alla pianificazione di attentati in Bosnia da parte del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso lo scorso 3 gennaio da un raid degli Stati Uniti.

Tale attacco era stato condotto contro l’aeroporto di Baghdad e, per giustificare l’uccisione del generale iraniano, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva dichiarato che Soleimani era stato responsabile dell’uccisione di migliaia di statunitensi negli ultimi decenni e stava pianificando nuovi attentati.

Ciò sembra essere stato confermato dai media bosniaci i quali, rivela il Sarajevo Times avevano riportato nei giorni scorsi che il Congresso degli Stati Uniti aveva inviato una risoluzione al senatore repubblicano Ted Cruz, nella quale veniva evidenziato che, il 31 dicembre 2019, Soleimani aveva guidato l’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti di Baghdad e stava pianificando di condurre ulteriori attentati in Germania, Bosnia ed Erzegovina, Bahrain, Bulgaria, Turchia e altri Paesi.

In risposta a tali informazioni, l’Ambasciata iraniana di Sarajevo ha dichiarato che si tratta di accuse infondate, rivolte contro “l’eroe della lotta al terrorismo e il simbolo della vittoria sull’ISIS”.

In aggiunta, la rappresentanza diplomatica iraniana ha dichiarato che le notizie pubblicate fanno riferimento a rivelazioni di “fonti estere faziose e false”, invitando i media locali ad attenersi di più al principio dell’onestà di informazione e dell’imparzialità.

L’ambasciata iraniana ha altresì ribadito che la politica della Repubblica Islamica nei confronti dei bosniaci si basa sul rispetto del diritto internazionale e sul sostegno all’indipendenza, sia territoriale sia securitaria, della Bosnia.

Lo scorso 31 dicembre, manifestanti iracheni, appartenenti alle Brigate di Hezbollah e alle Forze di Mobilitazione Popolare, si erano radunati presso il compound dell’ambasciata americana, attaccando l’ingresso principale e bruciando una delle porte, oltre ad apportare danni al quartier generale delle forze di sicurezza. Mentre lanciavano bottiglie di vetro e distruggevano le telecamere di sicurezza, i manifestanti inneggiavano slogan contro gli Stati Uniti, come: “Abbasso gli USA!”, “Morte agli Stati Uniti”. La richiesta principale, il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq. L’assedio aveva poi avuto termine nella giornata del primo gennaio, una volta che le milizie di Kataib, ovvero le brigate di Hezbollah, avevano ordinato ai propri membri di ritirarsi.

Secondo il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, l’Iran aveva orchestrato le violenze e, per tale ragione, la Casa Bianca si sarebbe vendicata contro Teheran. In linea con ciò, gli Stati Uniti hanno condotto il raid aereo del 3 gennaio, il quale ha causato la morte, oltre che del generale delle Quds Force, anche di altri ufficiali e soldati delle milizie irachene sostenute da Teheran, tra cui il generale delle milizie irachene filoiraniane, Abu Mahdi al-Muhandis, vicecomandante delle Forze di Mobilitazione Popolare.

L’Iran, da parte sua, aveva annunciato vendetta e, l’8 gennaio, è stato responsabile dell’attacco contro due basi irachene che ospitavano soldati statunitensi.  I raid erano avvenuti contro la base di Ain al-Assad, situata nel governatorato occidentale di Al-Anbar, e contro quella di Harir, nel Nord dell’Iraq, nella provincia di Erbil. 

In risposta alla morte di Soleimani e agli attacchi contro le basi americane in Iraq, i Paesi europei e della NATO hanno annunciato il ritiro o il riposizionamento dei propri contingenti in Iraq.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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