Proteste in Iran: arrestati i responsabili dell’incidente, gli USA a sostegno dei manifestanti

Pubblicato il 14 gennaio 2020 alle 11:30 in Iran Medio Oriente

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Un portavoce della Magistratura iraniana, Ghulam Hussain Ismaili, ha affermato, il 14 gennaio, che le autorità iraniane hanno arrestato alcuni dei responsabili dell’incidente dell’8 gennaio. Gli Stati Uniti, nel frattempo, si dichiarano a fianco dei manifestanti.

L’8 gennaio scorso, un aereo ucraino è precipitato sul suolo iraniano, causando la morte dei 176 passeggeri a bordo.  Sebbene in un primo momento da parte iraniana fosse stata negata qualsiasi responsabilità, le autorità iraniane, l’11 gennaio, hanno ammesso che l’incidente è stato causato da un missile iraniano che ha colpito per sbaglio il Boeing 737. La colpa è stata data ad un “errore umano”, specificando come le forze iraniane abbiano in realtà scambiato il volo 752 per un “obiettivo nemico”.

Ciò ha causato una forte ondata di proteste durata tre giorni, a partire dall’11 gennaio stesso, che ha visto la popolazione iraniana scendere in piazza per ribellarsi contro le autorità iraniane, definite “bugiarde”, oltre che per contrastare le politiche adottate dal governo ed il modo in cui sia stato gestito il caso relativo all’incidente. Il 14 gennaio, la Magistratura iraniana ha reso noto che, a seguito delle indagini condotte, sono stati arrestati alcuni responsabili coinvolti nell’incidente dell’8 gennaio, ma non è stata specificata la loro nazionalità né il numero preciso. Tuttavia, è stato dichiarato, questi verranno puniti.

Una simile affermazione è giunta altresì dal capo di Stato iraniano, Hassan Rouhani, in un discorso televisivo trasmesso il 14 gennaio. Il presidente ha ribadito che si è trattato di un “errore imperdonabile” e che il governo di Teheran deve assumersi la responsabilità dinanzi al popolo iraniano e dinanzi ai Paesi che hanno perso i loro cittadini nell’incidente. Pertanto, qualsiasi persona responsabile di errori o negligenze dovrà essere punita. Rouhani ha poi proposto l’istituzione di un tribunale speciale, che si occuperà del caso, composto da un giudice “di spicco” e decine di esperti. Si tratterà di un organo, a detta del presidente, che verrà controllato dal mondo intero, considerando che non si tratta di un caso ordinario. Allo stesso tempo, l’organo dovrà garantire a tutti che incidenti simili non si ripeteranno più in futuro.

In tale cornice, gli Stati Uniti hanno espresso il proprio sostegno al popolo iraniano in rivolta. In particolare, il segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, nel corso di un discorso tenutosi all’Università di Stanford, il 13 gennaio, ha affermato che il proprio Paese non “farà del male” al popolo iraniano e che lo appoggerà nella sua richiesta di libertà e giustizia. L’Iran, ha affermato Pompeo, è invece pronto a fare tutto il possibile per frenare le manifestazioni, anche attraverso l’impego delle forze Basij, una delle ramificazioni del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), e di “criminali”. A detta del Segretario di Stato, inoltre, Washington ha lanciato una campagna contro Teheran volta all’isolamento diplomatico, basata altresì su pressioni in ambito economico e la deterrenza militare.

Al Jazeera ha riferito che tra le persone arrestate vi è Hussein Karroubi, figlio del clerico sciita e politico riformista, Mehdi Karroubi, agli arresti domiciliari dal 2011, a seguito del sostegno alle proteste del 2009-2010 contro i risultati delle elezioni presidenziali. L’arresto di Hussein Karoubi è avvenuto due giorni dopo che il padre ha invitato il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, a dimettersi a causa della cattiva gestione del caso legato all’incidente aereo.

L’episodio dell’8 gennaio è giunto poche ore dopo che Teheran ha lanciato una serie di missili contro basi statunitensi in Iraq. Nello specifico, nelle prime ore dell’8 gennaio, due basi situate nelle regioni irachene di Erbil e al-Anbar sono state colpite da una serie di missili, lanciati da Teheran per rivendicare la morte del generale della Quds Force, Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio scorso, a seguito di un raid ordinato dagli Stati Uniti contro l’aeroporto di Baghdad.

Dall’11 al 13 gennaio l’Iran ha assistito alla seconda ondata di proteste in pochi mesi. La prima ha avuto luogo dal 15 al 18 novembre 2019, a seguito della decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. L’obiettivo di Teheran era razionare le scorte del Paese, la cui economia è stata colpita dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Secondo quanto rivelato da Amnesty International, in tale occasione il bilancio delle vittime ammonta ad almeno 304 morti. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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